1^ ASSEMBLEA NAZIONALE PROGRAMMATICA DI SINISTRA CRISTIANA - LAICI PER LA GIUSTIZIA

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SINISTRA CRISTIANA - LAICI PER LA GIUSTIZIA. Servizio politico per la Costituzione, la laicità, la pace


 ASSEMBLEA NAZIONALE PROGRAMMATICA

Roma, 4 ottobre 2008

Centro Congressi di Via dei Frentani

 

Ore 10.30 – PRESIEDE: Boris Ulianich

Testimonianze dal disordine e dalla speranza:

  • Vincenzo Linarello - Presidente Consorzio di Coop. Sociali della Locride "Goel"

  • Adnane Mokrani, teologo musulmano e docente alla Pontificia Università Gregoriana

  • Francesco Ambrosi, movimento "No Dal Molin" di Vicenza

  • Lauretta Morandi legge la testimonianza di Suor Silvia Meier da Monteveglio

  • Ore 11.00  -  Raniero La Valle: proposta e illustrazione del simbolo di Sinistra Cristiana - Laici per la Giustizia

Ore 11.30  - Relazioni

COSTITUZIONE

  • Valerio Onida, maestro di diritto, presidente emerito  della Corte Costituzionale -  I diritti eguali per tutti, cittadini e stranieri, sedentari e nomadi 

  • Gioele Fuligno, pastore evangelico battista - La profezia come critica della politica e la politica come attuazione della profezia 

  • Mario Agostinelli, guida sindacale - “Fondata sul lavoro”

oooOOOoo

Ore 14.30  PRESIEDE: Patrizia Farronato
Relazioni

LAICITA'

  • Roberto Mancini, maestro di filosofia, Università di Macerata -  Lo spazio pubblico come luogo di libertà e responsabilità comune dei cristiani e dei fedeli di ogni fede ed idea

  •  Nicola Colaianni, giurista e magistrato - Rappresentanza proporzionale democrazia condivisa e ministero di governo

PACE

  • Domenico Gallo, magistrato di Cassazione - Disarmare il Mercato, fermare le guerre:  Interventi, proposte.


INTERVENTI

  • Angela Mancuso

  • Giovanni Franzoni

  • Francesco Paternò

  • Adele Repola Boardo

  • Carlo Pezzotti

  • Giovanni Pecora

  • Raniero La Valle

  • Patrizia Farronato

  • Luigi Tedeschi

  • Paolo Ferrari

  • Ada Spadavecchia

  • Nanni Russo

  • Claudio Bocci

  • Cristina Bartolomei

  • Giancarlo Savio

  • Pasquale De Sole

  • Marco Romani

  • Giuliana Porfidia


COMUNICAZIONI CONCLUSIVE

Come organizzare un Servizio politico; la promozione di scuole di formazione/convivenza
Avvio di una segreteria provvisoria
Prossime scadenze.
      


A T T I

dell'Assemblea Nazionale Programmatica di
SINISTRA CRISTIANA - LAICI PER LA GIUSTIZIA

(Work in progress con i testi finora pervenuti dai relatori e dagli intervenuti. Ricordiamo che di tutta l'Assemblea ed anche di ogni singolo intervento è possibile riascoltare la registrazione audio cliccando sugli appositi link posizionati nel "post-it" in alto a destra nella pagina)


Raniero La Valle – Intervento del 4 ottobre 2008

 

Buongiorno. Shalom. Scusate se leggo questo discorso. Ci sono discorsi che non si possono improvvisare, alcuni per farli ci vuole una vita.

Sarebbe tempo che i politici si mettessero a scrivere i loro discorsi. Ciò  per far sì che il pensiero preceda la parola, ciò che molto spesso non accade, non accade più.

In verità parlare senza leggere è considerata una virtù del buon politico; è un ingrediente del successo in tempi di grandi comunicatori. Nella campagna elettorale americana si vedono i candidati che parlano a lungo fissando negli occhi le telecamere; in realtà leggono il gobbo, che è un modo di leggere senza farsene accorgere.

C’è anche qualche infortunio. Una volta io leggevo in Senato il mio discorso. Si discuteva la legge 194 sull’aborto. Era un discorso delicato, perché come cristiani della Sinistra indipendente noi non volevamo solo agitare una bandiera – quello si poteva fare anche parlando a braccio – ma volevamo fare una legge equilibrata, che non tradisse nessun principio, ma che ci facesse uscire dalla logica punitiva della legge penale. Cercavamo di fare una legge diversa da quella già approvata alla Camera, dato che c’era il bipolarismo; lavoravamo a una legge che da un lato offrisse una chance alla vita, dall’altro scongiurasse la tragedia di tante donne già nel dolore. Come laici, ma anche come cristiani, cercavamo una soluzione persuasiva, che potesse durare nel tempo, e che un giorno perfino la Chiesa potesse accettare, e addirittura chiederne l’attuazione, almeno come “minor male”, come poi infatti è accaduto. Si poteva fare, perché in realtà sulle questioni politiche, anche su quelle eticamente sensibili, c’è sempre una soluzione politica storicamente possibile.

Perciò leggevo il mio discorso. E a un certo punto il Presidente del Senato, Fanfani, mi interruppe e  mi disse: Sen. La Valle, lei fa tante citazioni, ma dovrebbe conoscere anche il regolamento del Senato, che vieta di leggere i discorsi in aula. Infatti nel regolamento c’era una norma bizzarra di questo genere, non so se ci sia ancora; forse era il residuo di un tempo in cui in Parlamento si andava solo per parlare, perché a decidere ci pensavano gli altri; un po’ come si vorrebbe fare oggi offrendo qualche seggio agli esclusi come “diritto di tribuna”, una tribuna fatta per i tromboni. 

Quella norma del regolamento era giustamente in disuso, ed era la prima volta, che io sappia, che un Presidente redarguiva un senatore perché aveva preparato il suo discorso. Ma è chiaro che era un modo per prendere le distanze da quello che dicevo, non un cavillo regolamentare; anche quando si presiede il Senato si fa politica, non ci si limita a un ruolo di garanzia.

Dunque io leggo ora questo discorso. E la prima cosa che c’è scritta, perché io non la dimentichi, è di fare gli auguri a tutti quelli in quest’aula che si chiamano Francesco e si chiamano Francesca, perché oggi è San Francesco, patrono d’Italia e dunque è la loro festa e anche la nostra. Ed è bello vedere che oggi molti bambini di nuovo vengono chiamati Francesco, dopo l’orgia dei nomi esotici e improbabili ricavati dai modelli televisivi.

 

Non solo spettatori

 

La seconda cosa che c’è scritta è che oggi, 4 ottobre, c’è l’incontro al Quirinale tra il Presidente della Repubblica e il Papa, e noi vogliamo fare gli auguri anche per questo. E anzi abbiamo pensato di non fare solo gli spettatori, che poi cambiano canale, ma di partecipare anche noi come cittadini a questo evento: e per questo, anticipando quelli che pensavamo fossero i sentimenti di questa Assemblea, abbiamo scritto una lettera al Papa e una al Presidente della Repubblica per confidare loro quello che ci piacerebbe che si dicessero. Queste lettere sono nella cartellina, se siete d’accordo qui ci vuole un applauso.

 

 

Gandhi e Dossetti

 

Per continuare sul filo delle coincidenze, diciamo che l’altro ieri,  2 ottobre, anniversario della nascita di Gandhi, era, indetta dalla Nazioni Unite, la giornata della Satyagraha, che è la ricerca gandhiana della verità e dell’amore, altrimenti detta nonviolenza. Io ricordo la commozione di Dossetti, quando fece sosta presso la tomba di Gandhi a Nuova Delhi, durante un viaggio in India. Dossetti è uno dei maestri che sta nella nostra tradizione; e quella visita alla tomba di Gandhi non era solo un omaggio a un altro grande maestro, era stabilire una comunione, forse una preghiera in comune.

Gandhi non è solo il liberatore dell’India; prima ancora è stato difensore e redentore degli immigrati, quando egli stesso era immigrato in Sudafrica, e come avvocato indiano era considerato meno che niente. Gandhi lottò non solo per sé, ma per dare dignità e parità di diritti agli immigrati: ed è proprio lì, nel ricco e bianco Sudafrica nero che egli ha cominciato ad essere quello che poi sarebbe diventato .

Perciò, amici, accogliete gli immigrati: perché in ogni immigrato che sbarca a Lampedusa o che viene dall’Est ci potrebbe essere un Gandhi, ci potrebbe essere un liberatore del suo popolo o di molti popoli. Anzi è proprio questa la nuova obiezione di coscienza da fare, contro le leggi antixenite; e le chiamo antixenite, e non xenofobe, perché non sono affatto leggi dettate dalla paura, ma sono leggi dettate dal razzismo, dall’odio e dal rifiuto, esattamente come lo erano le norme antisemite.

 

L’obiezione da fare

 

Questa è la nuova obiezione. In Italia non si può fare più l’obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio, perché quando l’obiezione passò da concessione del potere a diritto del cittadino, per buttare l’obiezione buttarono via l’esercito di leva.

Non si può fare e non si deve fare l’obiezione fiscale, perché quella l’ha fatta il governo, l’ha fatta la destra diffamando le tasse, definendo come un furto o come un borseggio ogni prelievo fiscale; lo ha fatto trasformando le elezioni in un referendum anticostituzionale sull’ICI; la destra non toglie le tasse, ma le delegittima, allo scopo di togliere allo Stato tutte le sue risorse, tutti i soldi per la spesa pubblica e così poter dire, per ragioni di cassa e non per ragioni ideologiche, che non si possono fare politiche sociali, che bisogna licenziare 87.000 insegnanti, che bisogna svuotare l’Istituto superiore per la sanità, che  non ci sono i soldi per i comuni, non ci sono soldi per salvare l’Alitalia, non ci sono soldi per la cultura, per il teatro, per l’editoria e così finalmente riuscire a chiudere anche Liberazione e il Manifesto. L’attacco della destra al denaro pubblico è un attacco al cuore dello Stato. Senza denaro, e sperperando il poco denaro che si ha,  non vivono le città. Senza più soldi, dopo l’amministrazione del dottore che cura Berlusconi, Catania era ridotta al buio e sepolta dalla spazzatura, anche se nessuno lo diceva e lo faceva vedere, perché non c’era da far perdere a Prodi le elezioni.

Allora l’obiezione da fare, e che noi proponiamo, è quella contro le leggi ingiuste che vietano di dare ospitalità allo straniero. Nella nostra laicità, se c’è una cosa che diciamo “sacra”, cioè che non si può toccare, è l’ospitalità: ma così è in tutte le culture, o almeno lo era. Noi dobbiamo fare obiezione ospitando e dando asilo agli stranieri come facemmo ospitando gli ebrei nelle nostre case e nelle nostre chiese quando, altrettanto come ora, l’ospitalità era un delitto.

Naturalmente non vi chiediamo di fare un’obiezione spericolata, rischiando di farvi confiscare le vostre case come minacciano le leggi razziali del governo. L’art. 5 del decreto legge sulla sicurezza che introduce nella legislazione sullo straniero la norma anti-ospitalità, dice che si commina la reclusione da 6 mesi a 3 anni e la confisca dell’immobile a chi dà alloggio a uno straniero irregolare “a titolo oneroso al fine di trarne ingiusto profitto”. Dunque per fare obiezione senza esporsi alla vendetta penale, basta ospitare lo straniero gratuitamente e senza “ingiusto” profitto, magari premunendosi col farne apposita dichiarazione presso un notaio. Così la norma finirà per colpire solo quelli che speculano sulla pelle dello straniero.

La patria è al di là del confine

 

Ma perché è così importante il rapporto con lo straniero, e non solo in Italia?

Perché il problema globale e imprescindibile di oggi è la riconciliazione di tutti i popoli che sono l’uno all’altro stranieri; il problema è che ciascuno ritrovi la sua patria, ma la trovi oltre i suoi confini, al di là del fiume, là dove sono altri uomini e donne, altri figli e figlie come lui; se questo non si farà, non ci sarà pace sulla terra, e forse un giorno non ci sarà nemmeno la terra. È stato dato già 2000 anni fa l’annunzio della caduta del muro tra giudei e greci, cittadini e barbari, romani e Sciti; è venuto il momento di dare attuazione a questo annuncio. Se non fa questo, la politica è perduta. È perduta in America, è perduta in Europa, è perduta in Israele.

Un barlume di luce è venuto in questi giorni da Israele quando il primo ministro uscente, Olmert, per la prima volta ha detto che non esiste l’ipotesi del grande Israele, dal mare al Giordano; che se Israele vuole rimanere uno Stato ebraico, e non divenire uno Stato in cui gli ebrei siano una minoranza, deve contrarsi per far posto accanto a sé a uno Stato palestinese; e per questo è stato presentato alla Knesset un disegno di legge che offre forti incentivi economici  ai coloni ebrei insediati nei territori occupati, perché rientrino dentro i vecchi confini  di Israele del 1967. Ciò significa dire: fin qui abbiamo sbagliato. È la rottura di un tabù, riguardo alla terra – Eretz Israel - finora vissuto in Israele come un assoluto religioso. Ma se non si rompe questo tabù, non c’è alcuna soluzione per la questione palestinese (vedete fin dove arriva la laicità!); e se le religioni per prime non tolgono la copertura religiosa alle sacre are, ai sacri fiumi e ai sacri confini della Patria, ancora di più i popoli si contrapporranno gli uni agli altri, gli Stati gli uni agli altri e le culture le une alle altre, e non potrà esserci pace, e nemmeno diritto, e quindi nemmeno politica, su scala mondiale.

Perciò è importante l’obiezione di coscienza che nega obbedienza a tutto ciò che è contro la straniero, che si tratti di armi o di basi offensive, di leggi, di sanzioni o di dazi, di apartheid e di sfruttamento.

 

Per Vicenza, andare direttamente alla Casa Bianca

 

Per restare alle date, domani si terrà a Vicenza la consultazione popolare sulla base di dissuasione e di ritorsione nucleare che sta per essere installata  nel centro della città. Berlusconi prima, il Consiglio di Stato poi lo hanno vietato: ma, come abbiamo sentito, con straordinario coraggio la città voterà lo stesso.  In ogni modo così è diventato chiaro che la questione di Vicenza è una grande questione politica nazionale. Se il governo di centro sinistra di Prodi non è più lì, è anche perché non aveva capito questo. È una grande questione politica nazionale, perché è la scelta di due modi, per l’Italia, di stare al mondo, e di  pensare il futuro del mondo, nella guerra nucleare o nella pace. In questa alternativa non c’è una città che possa farcela da sé, e non ci sono soluzioni giudiziarie: la magistratura che giudica su tutto, non giudica il potere, sulla guerra e le opere di guerra. E poiché non si dà altra motivazione nell’ordinanza del Consiglio di Stato se non quella che il terreno è stato già consegnato al sovrano americano, allora noi proponiamo di aprire la questione con questo preteso sovrano. Mettere una base nucleare nel cuore di una città europea è un errore anche per gli Stati Uniti. Non solo perdono l’immagine, ma quella identità per la quale hanno ancora un ascolto presso gli altri popoli. Obama questo lo può capire. Con Bush finisce nella sconfitta il sogno della destra americana di tenere buono il mondo dominandolo. L’Iraq insegna che il mondo non diventa un posto sicuro solo perché lo si invade. La sicurezza non sta nel delirio della solitudine presidiata dalla forza, ma nella forza di crearsi amicizie e di mantenerle. Se vince Obama, la sua stessa vittoria avrà un grandissimo impatto simbolico. Forse il cambiamento può cominciare da lì; e se cambia l’America cambia il mondo. Perciò io penso che si potrebbe  fin da ora preparare una delegazione dei comuni e della città di Vicenza, di quei cittadini che non si vuole che esprimano il loro parere in Italia, perché lo vadano ad esprimere a Washington. C’è una diplomazia dal basso che il movimento della pace, ed anche i comuni e le regioni, hanno già sperimentato. E se alla Casa Bianca sono ricevuti i governi, possono essere ricevuti anche i popoli.

 

Come ristabilire il legame sociale, la “colla”

 

 E così veniamo alla nostra iniziativa, perché è sorta e perché ha osato presentarsi con questo nome: per giustificarne l’esistenza basterebbe questo compito, che è di lottare per l’unità internazionale, politica, pacifica, della  intera famiglia umana.

 Mai l’umanità è stata così divisa come in questi tempi di globalizzazione. E questo ci getta nel cuore della crisi di oggi, una crisi che non è solo nostra, ma di tutti, non è della nostra o di altre nazioni, ma è una crisi globale. Il Dio Mammona ci sta per tradire. Non solo c’è la crisi della speculazione finanziaria che dai santuari dell’America e dell’Inghilterra si sta diffondendo in tutto il sistema, e anche da noi. Come dice Jeremy Rifkin ci sono tre crisi: la crisi del credito, perché si tratta di ripianare venti anni di spese pazze fatte con denaro virtuale, la crisi energetica perché il petrolio è agli sgoccioli, e la crisi del riscaldamento climatico, contro cui nessuno sa cosa fare.  Sono tre elefanti, dice, che si muovono tutti e tre in una piccola stanza, con effetti devastanti. Occorre una riforma radicale del sistema (v. Repubblica del 30 settembre 2008, pag. 9). Come riconoscono ormai anche i più accaniti fautori del mercato, è la crisi della stessa globalizzazione e dell’attuale modo di produzione e di sviluppo.

Ma al di là dell’ordine economico, la crisi investe l’intero sistema delle relazioni umane. Come interpretare questo tempo della crisi? Io ricordo che proprio Dossetti, osservando lo stato del nostro Paese e del mondo, disse una volta: non c’è più la colla.

Cioè non c’è più il legame sociale che fa stare insieme sistemi complessi.

E infatti se noi guardiamo alle radici più profonde della crisi, noi vediamo che esse stanno in questo venir meno della capacità, della voglia e della gioia di vivere insieme, che è ciò in cui consiste la comunità politica, la polis.

E infatti non ci sono più o sono stati licenziati i grandi strumenti di aggregazione. Qualificandole come obsolete, sono state licenziate le ideologie. Come troppo invadenti sono stati licenziati i partiti. La scuola è rovesciata in azienda, per liquidare, come si dice esplicitamente, don Milani; il movimento della pace non può più nemmeno esporre in pubblico le proprie bandiere; la Chiesa si mobilita per battaglie certamente legittime, ma che non aggregano e anzi dividono; la Costituzione, fatta a pezzi,  non è più la casa comune di tutti gli italiani; e sul piano internazionale il diritto è abbandonato, le Convenzioni di Ginevra sono ricusate, l’ONU vilipesa, le regole non ci sono più. “Deregulation” è stata l’ultima e definitiva ideologia del Novecento.

È come se avesse vinto l’”anomos”, come lo chiama San Paolo, l’uomo senza legge, senza diritto, quello che annuncia la catastrofe; e l’unica idea, disperata, che sono stati capaci di avanzare finora i grandi poteri sovrani, è di risolvere tutto con la guerra.

Che fare invece per ridare una chance alla politica? Che fare per ristabilire il legame sociale, per ritrovare la colla, per prendere le vie della giustizia, prima di rotture irreparabili, prima che l’amore finisca?

Molti tentativi di riaggregazione sono finora falliti. E perciò abbiamo detto: proviamoci come cristiani.

 

 

Proviamoci come cristiani, con tutti gli altri che sono per la giustizia

 

Sappiamo che è una cosa temeraria. Perché giustamente non si usa più mettere la religione in mezzo alle cose politiche, perché ciò appare in contrasto con la laicità, e di fatto lo è, se a farlo sono le Chiese. Ma soprattutto è una cosa temeraria perché non impunemente ci si può dire cristiani; è un nome che non  ci decora, ma che ci giudica, e richiederebbe da chiunque accetti di unirsi a questo titolo una capacità superiore di indignazione e di mitezza, di coraggio e di pazienza, di intransigenza e di indulgenza, di cui non so se tutti saremo capaci.

Sicché si è molto discusso durante l’estate e fino ad ora se dovessimo mantenere la dizione “sinistra cristiana” che stava in testa al nostro manifesto. Molti dicevano di no, perché cristiane si possono dire solo le persone, non è un’etichetta da mettere alle cose; ed avevano ragione. Molti dicevano di sì, perché rispetto a ciò che volevamo evocare con questa parola non c’era un altro nome superiore a questo nome, ed avevano ragione. Molti erano incerti, ma ricordavano le ferite profonde e le cicatrici lasciate nella storia dall’associazione della parola cristiana con democrazia, o dal dire cristiana una società, una politica, una dottrina sociale, ed avevano ragione.

Allora mi è tornato alla mente un apologo che Leonardo Sciascia ci raccontò nella Commissione parlamentare sul caso Moro, quando non si riusciva a venire a capo di quanto era accaduto e a stabilire la verità politica di quel delitto. C’erano tre discepoli, disse, che andarono da un maestro per sottoporgli una loro disputa, e chiedergli chi di loro avesse ragione. Il primo espose la sua tesi, e il maestro gli disse: figliolo, hai ragione. Il secondo gli espose la tesi opposta, e il maestro gli disse: figliolo, hai ragione. Allora il terzo obiettò dicendo: non è possibile che tutti e due  abbiano ragione. E il maestro disse: figliolo, anche tu hai ragione. Questo vuol dire che la verità c’è, contro ogni relativismo, ma non subito si trova.

Così abbiamo mantenuto la dizione sinistra cristiana, aggiungendo però, perché nessuno si sentisse escluso (nessun ebreo, nessun musulmano, nessun ateo): Laici per la giustizia. Non abbiamo inteso dare una soluzione teorica alla disputa, né pretendiamo indicare un modello normativo sul giusto rapporto tra fede e politica e sui nomi che deve avere. Però non abbiamo voluto che l’abbondanza delle analisi fosse di paralisi per l’azione, e abbiamo tenuto questo nome perché giustamente non abbiamo trovato sinonimi o parafrasi: è vero che cristianesimo ha molti significati; però è anche vero che c’è qualcosa che può essere definita solo con questo nome;  e abbiamo visto che proprio questo nome dava la speranza di qualcosa di nuovo; e abbiamo capito che se cadeva il nome cadeva anche la cosa.

La motivazione più umile e persuasiva, per prendere questo nome, è che si tratta di fronteggiare una situazione di emergenza. In tempi normali non lo avremmo adottato, ma qui si tratta di fare appello a tutte le risorse interiori, a straordinarie risorse di amore e di sacrificio, come diceva Claudio Napoleoni,  e fare appello a tutte le energie, anche a quelle nascoste, a quelle non ancora esperite  né chiamate in causa esistenti nella società e che magari, fuori della politica, sono all’opera nei girotondi e nei movimenti, nel terzo settore, nel volontariato, nella cosiddetta società civile; e forse con questo nome lo si può fare.

Può darsi che ci sbagliamo. Ma questa non è la proposta di una ideologia, tanto meno è la rivendicazione di una identità; è il ricorso a un rimedio: un pharmacon, come ha detto qualcuno. Un antidoto alla frantumazione sociale, in funzione di unità, e un antidoto  anche all’appropriazione strumentale della fede, di cui la destra al potere fa largo uso, lei con i suoi atei devoti. Il pharmacon per gli antichi era insieme medicina e veleno. L’antidoto reca in sé una particella della tossina che vuole combattere. Non ci vogliono certezze, ci vuole umiltà per correre questo rischio.

Si tratta di una convocazione alla giustizia, dei cristiani che come tali sono laici, e dei laici anche se non sono cristiani. Non tanto per un incontro tra loro (questo già avviene in molti altri luoghi, ad esempio nel Partito democratico) quanto per dare aiuto all’incontro degli altri, per mettersi al servizio della società tutta intera, per rimettere in funzione quella colla che si è perduta, e che il denaro non è riuscito a rimpiazzare. Se deve essere, come abbiamo detto, un “Servizio politico”, questo è nella direzione di una mediazione alta, che non è né il dialogo che un giorno si fa e l’altro si nega, né l’accordo tattico che snatura i contraenti, né il compromesso deteriore; ma è lo sforzo di promuovere i modelli sociali più alti, le soluzioni più attente agli interessi e ai valori di tutti; una mediazione alta, proiettata sulle cose da fare, nella quale ogni singola parte possa trovare una ragione e crescere essa stessa.

 

Una riforma proporzionalistica del sistema elettorale e politico

 

Ciò nell’ambito della sinistra, di cui rivendichiamo la dignità,  pur nelle sue divisioni, ma anche oltre la sinistra. La contraddizione tra destra e sinistra certamente non può essere oscurata. In politica non esistono cose che non sono “né di destra né di sinistra”, e se ci fossero sarebbero anch’esse di destra perché pretenderebbero sottrarsi alla verifica della critica e al vaglio della giustizia. Noi assumiamo questa contraddizione, e perciò la nostra scelta di campo è a sinistra, ma la assumiamo con dolore, perché in Italia il conflitto è stato portato al parossismo da un sistema istituzionale ed elettorale che si è impiccato al bipolarismo, e che ha trasformato la dialettica tra destra e sinistra in una spaccatura verticale tra due Italie che si detestano e si odiano e rendono impossibile perfino il pensiero di un bene comune. La dialettica politica va mantenuta, ma questa lacerazione va sanata. Per questo ci vuole una mediazione alta. Ma essa non va affidata al buonismo, bensì a una riforma del sistema elettorale e politico che dia una più ricca articolazione e proporzionalità alla rappresentanza, che non cancelli le minoranze, che ristabilisca uno snodo tra governo e parlamento perché, se i governi passano, i parlamenti restino.

 

Il logo: l’ulivo della pace, l’emiciclo della Costituzione, la colomba della laicità

 

Ed eccoci al logo che vi proponiamo. Esso deriva da un vecchio logo di Pace e diritti, e consta di tre simboli: un emiciclo, una colomba, e un ramoscello d’olivo. Essi corrispondono alle tre nostre opzioni programmatiche: la Costituzione, la laicità, la pace.

La pace è il ramoscello d’olivo verde.

La Costituzione è l’emiciclo parlamentare, perché senza rappresentanza non c’è costituzione e non c’è democrazia. Costituzione vuol dire costituzionalismo, cioè diritti certi, garanzie efficaci, principi fondamentali e conquiste irreversibili, che nemmeno le maggioranze possono revocare. L’emiciclo, come è nella nostra tradizione, significa che c’è un vasto arco di forze, che si parlano tra loro, ma che poi convergono verso il polo della decisione comune, legislazione e governo; non è, come nella tradizione anglosassone, un’aula squadrata come un rettangolo di gioco dove due sole squadre combattono una partita ad oltranza, fino ai rigori. Il colore sui segmenti dell’emiciclo non c’è, perché i colori ce li devono mettere gli elettori; e quegli spazi bianchi da riempire col colore suggeriscono che a riempirlo non debba essere il nero.

La laicità, infine, è la colomba. La laicità, in positivo, non è solo un corretto rapporto tra istituzioni civili ed ecclesiastiche; più ancora è il rapporto, senza confusione e senza divisione, tra il divino e l’umano, senza che il divino assorba l’umano nel sacro e senza che l’umano profani il divino nel secolo. È lo spazio della libertà umana, che scocca come una scintilla tra il dito dell’uomo e il dito di Dio. Di conseguenza la laicità è stare nella condizione secolare e comune di tutti gli uomini e di tutte le donne, prima di ogni loro differenziazione di rango e di rito, e prendersi cura del mondo,  perché non ci sia più alcun diluvio. La colomba è un simbolo adeguato di questa condizione comune, perché essa volò sulle acque per l’umanità tutta intera, per dirle di uscire di nuovo nel mondo a prenderne cura, prima di ogni religione e di ogni separazione, prima della divisione di  Babele, prima del discrimine  tra  eletti e non eletti, tra tribù di laici e di leviti; essa è il simbolo dell’unità di tutte le creature, uomini e animali, salvati insieme dalle acque, ed è un simbolo interculturale e interreligioso, da Picasso alle piazze di tutto il mondo dove si manifesta per la pace.

La colomba è un simbolo adeguato della laicità, perché essa vola da una terra all’altra, da un pensiero all’altro, da Oriente a Occidente.  C’è una bellissima definizione della laicità che viene dalla tradizione ebraica; l’ha proposta Emmanuel Lévinas in un libro del 1960, “La laicité et la pensée d’Israel”. Dice: “Se il particolarismo di una religione si mette al servizio della pace, al punto che i suoi fedeli sentano l’assenza di questa pace come l’assenza del loro Dio, allora la religione raggiunge l’ideale della laicità”. E il riferimento a Gandhi, che prima abbiamo fatto, ci porta a un’altra illuminazione. In un suo discorso del 1947, che nell’agosto scorso, per grazioso dono, la Telecom ha fatto pubblicare su tutti i giornali, il Mahatma denunciava la crisi e offriva per sanarla la saggezza che viene dall’Oriente, dall’Asia. L’Occidente, diceva, aveva imbottigliato la sua spinta universalistica nella conquista e nel dominio coloniale; dall’Asia doveva venire una nuova conquista, che sarebbe stata amata dallo stesso Occidente: la conquista della verità e dell’amore. Ciò sarebbe stato il frutto della saggezza, ma sorprendentemente Gandhi metteva in questa salvezza che viene dall’Oriente non solo Zoroastro o Budda, ma anche Mosè e Gesù, e dunque il cristianesimo nella sua forma nascente, apostolica ed evangelica, prima della “trasfigurazione” che, secondo Gandhi, aveva subito in Occidente. Dunque la laicità di una “sinistra cristiana”, vuol dire rompere i limiti, anche culturali, dell’Italia e dell’Occidente, assumere un’istanza internazionalistica, rispettare e onorare il pluralismo delle religioni, e in prospettiva cercare di stringere “giovani legami”, come diceva Italo Mancini, con altri cristiani e altri uomini e donne che in tutto il mondo lottano per una ridefinizione dei codici, degli usi e delle culture del rapporto umano e sociale a livello politico mondiale.

 

L’arancione, il colore delle vittime

 

Ma c’è l’arancione. Come simbolo della condizione laica e comune, il colore della colomba è arancione, perché è il colore delle vittime, e non c’è condizione umana più comune e diffusa di questa. Arancione è il colore della veste dei bonzi buddisti che vedemmo bruciare nelle vie di Saigon per resistere all’occupazione americana; è il colore dei monaci birmani e tibetani che lottano contro la repressione interna ed esterna; è il colore dei prigionieri musulmani illegittimamente detenuti a Guantanamo; la loro tuta arancione, che viene oscenamente mostrata in TV, è il nuovo “habeas corpus”, il rovesciamento del vecchio istituto giuridico inglese che esigeva la visibilità dei prigionieri,  perché ne fosse assicurata l’inviolabilità e la salvaguardia da ogni detenzione illegale.

Il mondo è pieno di vittime. Poveri, affamati, oppressi, profughi, musulmani, indù, cattolici, sans papiers, vittime del lavoro, vittime dei brevetti, 6 milioni di bambini ammalati: quella di vittima è una condizione trasversale ai mari e ai continenti, alle religioni e alle culture. La maggior parte di loro non sono vittime necessarie; esse sono sacrificate per noi, in base alla vecchia ideologia, riflesso di un sacro violento, secondo cui per il bene degli uni è necessario il sacrificio degli altri.  È l’etica della ragion di Stato. Nella logica del potere, una detenzione illegale a Guantanamo o una strage di talebani in Afghanistan vuol dire che il Paese è sicuro.

L’arancione significa allora combattere per togliere ogni legittimazione politica, economica o religiosa al sacrificio, a cominciare da quel sacrificio di massa che è la guerra; significa assumere come problema politico la condizione delle vittime e, nel conflitto, stare dalla parte loro.

Una colomba arancione è una contraddizione, un ossimoro. Ma è la raffigurazione di una pace che è trattenuta dalla violenza, ed è la protesta contro il fatto che la condizione umana più comune sia rappresentata proprio dalle vittime. La nostra intenzione è di lottare perché la colomba possa tornare ad essere bianca. Allora l’arancione potrebbe essere solo il colore delle arance d’Israele della Palestina e della Sicilia, con cui disegnare un arco di pace tra le due rive del Mediterraneo, che è il luogo da cui la pace deve cominciare.  

 


 

 

 

La seguente è una testimonianza di ordinario razzismo. Si tratta della lettera di una suora della “Piccola Famiglia dell’Annunziata” di Monteveglio, letta al convegno del 4 ottobre. Per la comprensione del testo, basta sapere che, trattandosi di una suora, va in giro col velo, cosa che a quanto pare sta diventando pericolosa.

 

Monteveglio Domenica 28 settembre 2008

Carissimo Raniero, ti invio questa piccola testimonianza di un episodio, di cui ti ho già parlato e che mi ha fatto molto riflettere.

Ti racconto nuovamente l’episodio, arricchito da una felice parentesi finale, e tu puoi farne l’uso che riterrai più opportuno.

A fine agosto mi trovavo a Modena in auto, sulla circonvallazione Ad un semaforo rosso mi sono fermata sulla corsia di svolta, in attesa del verde. Alla mia sinistra si è affiancata e fermata un’auto di grossa cilindrata con a bordo due uomini. Uno di loro, il viaggiatore accanto all’autista, dal finestrino aperto per il caldo, a distanza quindi di pochi centimetri da me, mi ha gridato in faccia: “Ti venisse un cancro a te e al tuo Maometto ..” e ha aggiunto qualcosa che non ricordo con precisione come andatevene tutti o qualche cosa del genere.

Evidentemente, avendo visto solo il nostro abbigliamento un po’… orientale, e non avendo visto la croce davanti mi aveva scambiato per un’araba mussulmana…

Io stavo per rispondere “Grazie, quanto al cancro l’ho già, ma quanto a Maometto non so cosa c’entri”…  poi ho avuto paura che per risposta bestemmiasse e allora ho preferito tacere anche se, confesso, con una certa fatica. Stavo recandomi appunto al Policlinico di Modena per gli esami da fare per il controllo periodico allo IEO (Istituto Europeo di Oncologia) di Milano…

Ti confesso che una ridda di sentimenti mi si è scatenata nell’anima e mi è difficile riassumerli. Una grande, profonda umiliazione e vergogna come italiana, come cristiana e come suora di fronte a questi miei fratelli, se cristiani o credenti non so, ma certo italiani, così esasperati di fronte all’ “altro” da giungere ad augurare un male del genere a una povera vecchia sconosciuta quale dovevo apparire loro (anche se non ci penso ho compiuto i 70 anni qualche giorno fa…) solo perché la ritenevano straniera e mussulmana. Ho avuto l’impressione di una violenza e di un odio gratuito (Mi odiano senza ragione dice il salmo) che mi ha spaventato e mi ha fatto sentire in colpa verso tutti questi che bussano alla nostra porta e ricevono in cambio odio e disprezzo. Sono giunta, mentre varcavo la soglia dell’ospedale, a ringraziare di essere stata io colpita da quel male al posto della sconosciuta cui lo auguravano, quasi una “riparazione” verso gli “esclusi”.

Non voglio fare della poesia o della retorica, ma devo dire che questo incontro non mi ha lasciato indifferente, anzi mi ha segnato dentro e me ne sento responsabile. Per questo, pur non essendo nel mio stile, avrei accettato, potendo, di portare questa testimonianza direttamente, se solo poteva aiutare in qualche direzione. La mando a te perché se credi tu ne faccia l’uso che vuoi.

Devo però aggiungere un episodio (… al contrario!) di questi ultimissimi giorni. Questa volta ero a Bologna, sempre in macchina e sempre ferma a un semaforo. All’improvviso, giostrando fra le macchine in attesa, mi è giunto alle spalle uno dei tanti extracomunitari che distribuiscono i giornali gratuiti e mi ha salutato con un gioioso "Sabah al heir!"(mattino di bene) tendendomi una copia del giornale, italiano ovviamente, al che l'ho preso rispondendo con gioia, e quasi lo avrei abbracciato  "Sabah al nur, sukhran Ktir!" (mattino di luce, e mille grazie). Come ti ho già detto, prego da buona (?) suora per la riuscita del vostro incontro, con affetto

Silvia Maria

 

 

 


 

 

 

Francesco   Ambrosi: Vicenza democratica, pacifista e nonviolenta non si arrende !

Dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato,**** che ha bocciato con una “motivazione giuridicamente misera e moralmente miserabile" (lo ha detto il sindaco) la Consultazione legalmente indetta per il 5 ottobre prossimo, la Vicenza democratica, pacifista e nonviolenta non si arrende alla prepotenza di chi vuole impedire a tutti i costi che la popolazione esprima il proprio diritto/dovere democratico di partecipare e di esprimersi su una questione di vitale importanza per il futuro della propria città.

Ci troviamo di fronte ad una espressione di potere e a un modo di gestire la politica che farebbero inorridire (se fossero ancora vivi) i Padri della nostra Costituzione,  che avevano sintetizzato in norme chiare e cristalline e in strumenti di garanzia, la loro preoccupazione di non ricadere in sistemi di governo e in comportamenti politici deteriori (la gestione della cosa pubblica da parte di classi corrotte, egoistiche e ciniche, la corruzione delle coscienze attraverso una manipolazione propagandistica, la conseguente disaffezione alla democrazia, il fascismo, la guerra).

I vicentini democratici ( Mercoledi 1 ottobre,la fiaccolata improvvisata ha riempito Piazza dei Signori -8.000 persone – e poche bandiere !) hanno sentito la responsabilità che si ha nei momenti storici, dopo aver percepito chiaramente i rischi che si corrono. Non è più solo una questione di base si e base no, è una questione di civiltà (la civiltà del diritto), del rispetto delle regole. E' il momento delle responsabilità storiche. Si incomincia sempre così (con la strage di leggi e di diritti riconosciuti dalle leggi vigenti),  l'affermazione  di una "cultura politica" fatta di pregiudizi, l'ignoranza, l'arroganza e l'intolleranza nei confronti di chi è diverso e la pensa diversamente. Non c'è bisogno di dire quali forze politiche oggi sono portatrici di questi virus mai debellati del tutto. Per questo diciamo che  la nostra protesta è anche un paziente sforzo educativo. Questo sforzo ha dei costi sulla qualità della nostra vita e sui nostri interessi personali, ma è un prezzo che siamo disposti a pagare per non tornare a un passato di cui ci vergognamo. E non vogliamo pentirci troppo tardi per non aver fatto abbastanza.

Allora siamo grati ad un sindaco (che ama definirsi sindaco di tutti i vicentini) per aver preso con coraggio la bandiera di questa lotta per il rispetto dei nostri diritti civili fondamentali. Non ci fermiamo perché qualcuno ci ha bocciati sul piano formale. Andiamo avanti nel realizzare la sostanza e lo spirito di questa azione di democrazia che è chiamare tutti i cittadini ad esprimere  il proprio dissenso o consenso, liberamente, il 5 ottobre. Sappiamo che il risultato avrà forse solo un peso morale, ma la dimensione morale per noi è il fondamento della politica, e la politica è educazione, educazione civica. E i nostri interlocutori, quelli onesti, non potranno fare a meno di ascoltare questa voce.

Informeremo tutti quelli che hanno ricevuto il questionario e la scheda, che possono domenica depositarla davanti ai 53 punti di raccolta previsti, nelle urne apposite, con le necessarie garanzie e il controllo dei documenti. Chiederemo anche di depositare in una cassetta un contributo in denaro per le spese della Consultazione perché per affermare questo nostro diritto di partecipazione siamo disposti a pagarne le spese. Paghiamo, noi che partecipiamo, i costi della democrazia, per tacitare i soliti banditori dell'inutilità e dello spreco di denaro pubblico. Noi diciamo che l’esercizio della democrazia non è inutile e non è uno spreco.

Vicenza 4 ottobre  2008

Francesco   Ambrosi

Mir di Vicenza e Tavolo della Consultazione (34 gruppi)

 


 

Disarmare il mercato, fermare le guerre
(Roma, 4 ottobre 2004)

di Domenico Gallo (Magistrato Suprema Corte di Cassazione)


1. Una crisi di sistema
Sul piano internazionale quello che più ci preoccupa in questi giorni è la crisi del sistema finanziario americano, che si è aperto con il fallimento di colossali banche d’affari e con le assolutamente straordinarie misure di salvataggio e di ri-statalizzazione dell’economia adottate dalla Fed e dal Tesoro americano, che tuttavia non hanno evitato contraccolpi gravi anche in Europa. La notizia del giorno è quella relativa alle sorti del contrastato piano di salvataggio delle istituzioni finanziarie, realizzato dal Segretario del tesoro Paulson,  che Bush, dopo la bocciatura subita alla Camera dei deputati, è riuscito a ripescare ed a farlo approvare dal Congresso.
Questo piano prevede un intervento dello Stato per ricapitalizzare le banche in crisi per la cifra astronomica di 700 miliardi di dollari, equivalente all’intero costo della guerra in Irak. Gli analisti sono tutti d’accordo che la crisi attuale è più grave di quella del 29, anche se le conseguenze appaiono -  almeno per ora - meno catastrofiche perché gli strumenti di cui si dispone per fronteggiare le crisi finanziarie sono molto più sofisticati.
In realtà la crisi del 2008 è molto più grave della crisi del 1929, perché non è una crisi solo finanziaria, non riguarda soltanto il sistema e le istituzioni creditizie. In realtà ci sono tre crisi che concorrono a determinare lo stato dell’economia e delle relazioni
internazionali:
1) La crisi finanziaria propriamente detta, dietro la quale si
intravede un surriscaldamento dell’economia mondiale di cui un indicatore significativo è la quotazione del petrolio, che l’11 luglio scorso è arrivata a 149 dollari al barile;
2) La crisi ecologica che ha accelerato i mutamenti del clima e ci ha
fatto assistere nell’estate del 2007 e del 2008 ad un straordinario scioglimento dei ghiacci polari, che ha visto la banchisa polare ridursi di circa tre milioni di km2. (vedi rapporto UNDP 2007/2008);
3) La crisi politico-militare, precipitata quest’estate con la guerra
della Georgia, che ha segnato uno spartiacque politico, attraverso il ritorno della Russia come grande potenza militare sullo scacchiare internazionale ed ha messo in crisi la traballante architettura delle relazioni internazionali fondata sul predominio di una sola potenza.

Queste crisi si intrecciano fra loro, si autoalimentano e concorrono a determinare le vicende dell’economia, dell’ordine pubblico internazionale, della pace e della guerra. Tuttavia la politica fa fatica a riconoscerle, ad analizzarle, a comprenderne gli intrecci, ad interpretarle per ri-trovare una dimensione di senso nell’agire politico.
In un’epoca in cui tutti parlano di globalizzazione, la politica difetta, come non era mai accaduto in passato, della capacità di avere uno sguardo globale, di capire il mondo in cui viviamo, di interrogarsi sull’insieme delle vicende umane, di superare la miopia di classi dirigenti che non sanno guardare un centimetro oltre il proprio naso, di culture che non sanno uscire fuori dal recinto degli specialismi e di un agire politico che, avendo perso ogni relazione con il passato, è incapace di guardare nel futuro, o, addirittura, di concepire un futuro.

 La durezza della crisi ci deve richiamare alla realtà. E’ evidente che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’architettura globale, nell’organizzazione dei poteri e delle relazioni economiche, politiche e militari. E allora dobbiamo chiederci: dove sono gli architetti globali, quando ed in quali sedi sono state compiute le scelte delle quali adesso stiamo cominciando a pagare le conseguenze. Cosa c’è di sbagliato in queste scelte e perché noi non ce ne siamo accorti quando venivano compiute?

2. Tutto cominciò nell’89.
Gli scenari internazionali a volte sembrano immutabili, a volte cambiano improvvisamente senza darci il tempo di percepire il cambiamento in arrivo, ma è innegabile che ci sono dei momenti nella storia nei quali si pongono della scelte, si costruiscono delle opzioni, destinate ad influenzare il futuro in modo durevole. A volte la storia ci pone dinanzi ad un bivio.
Se ci guardiamo indietro, non c’è dubbio che il momento di svolta nelle relazioni internazionali è maturato nel 1989. Tutto cominciò nel 1989. Nel 1989 è franato un vecchio ordine politico, economico e militare. Si sono aperte delle grandi opportunità di cambiamento e di pace, che sono subito tramontate per le scelte irresponsabili e dannose compiute dagli architetti dell’ordine mondiale.
C’è un articolo di Gorbacev, pubblicato sulla stampa il 3/11/2001, in cui, con pochi, con pochi passaggi, si tratteggia il quadro di quanto è avvenuto nel dopo 89.
“Con la perestroika era stato avviato uno straordinario processo di rinnovamento delle relazioni internazionali, che aveva conseguito già risultati importanti con le conferenze di Vienna, di Parigi, con i progetti dell’eliminazione delle armi nucleari, chimiche, batteriologiche. Ma, scrive Gorbaciov, “dopo la fine dell’URSS questi processi positivi furono interrotti”. In ogni caso, continua Gorbaciov, “subentrò in molti circoli occidentali l’euforia della vittoria, tanto più gradita quanto meno prevista. Si perdette tempo prezioso nelle infinite celebrazioni del trionfo sul comunismo. E si perdette di vista la complessità del mondo, i suoi problemi, le sue gravissime contraddizioni. Si dimenticò la povertà e l’arretratezza, ci si preoccupò di ricavare il massimo vantaggio dagli squilibri esistenti invece che cercare di ridurli, di controllarli, Ci si dimenticò della necessità di costruire un nuovo ordine mondiale, più giusto di quello che ci si era lasciato alle spalle. “ Probabilmente il punto di partenza, per capire la situazione attuale è proprio questo: nessuno si è ricordato della necessità di costruire un ordine mondiale più giusto.
Gorbacev ci fornisce due chiavi di lettura:
1) L’euforia della vittoria, cioè la lettura militare dell’89
2) L’organizzazzione dell’economia.
Sono due i sentieri lungo i quali è stato riorganizzato l’ordine mondiale del dopo 89.
Il primo sentiero è quello dell’architettura politico-militare, il secondo sentiero è quello della nuova organizzazione mondiale dell’economia.
Questi due sentieri sono concettualmente distinti, ma non sono indipendenti l’uno dall’altro. In un certo senso sono complementari:
entrambi concorrono a definire lo scenario globale. Inoltre vi sono delle passerelle che collegano l’uno all’altro sentiero.

3. L’architettura politico-militare del dopo 89: la globalizzazione militare.
Per quanto riguarda la nuova architettura politico-militare, la chiave di volta è l’interpretazione che è stata data dell’89. La fine della guerra fredda non è stata vissuta come un evento liberatore del ricatto della forza nelle relazioni internazionali, ma è stata interpetata come la conferma  che la logica della forza paga e che non ci sono più ostacoli che ne possano neutralizzare l’efficacia.
La lezione che gli architetti dell’ordine mondiale hanno tratto dall’evento del 1989 è stata che dal mondo bipolare si potesse passare all’avvento di un mondo monopolare, in cui un’unica superpotenza avrebbe garantito la pace e  l’ordine pubblico internazionale, attraverso la propria supremazia economica, politica e militare, tutelando contemporaneamente i propri interessi in ogni parte del mondo.  La struttura di questo nuovo ordine mondiale, dominato da quell’insicurezza che solo le armi possono garantire, è stata definita fin nei minimi particolari, al riparo degli occhi indiscreti dell’opinione pubblica, e quindi di ogni dibattito pubblico, in una sede tecnica particolarmente competente qual è quella dei nuovi modelli di difesa elaborati all’inizio degli anni 90. In quell’epoca ed in quelle sedi sono state elaborate le scelte ed i modelli e sono stati delineati gli scenari che adesso ci vengono compiutamente serviti.
Chi oggi provasse a rileggere il “Modello di Difesa” elaborato dallo Stato Maggiore della Difesa nell’ottobre 1991, vi troverebbe la “predizione” di tutto quello che è accaduto in seguito e sta accadendo tuttora, a cominciare dallo scontro di civiltà, con l’individuazione dell’Islam come nuovo nemico, per finire all’introduzione della guerra come ordinario strumento di contrasto al fenomeno del terrorismo.
Ovviamente il Modello di difesa fatto valere per l’Italia non ha niente di italiano, ma rientra in una concezione strategica globale, di cui costituisce una componente ovvero un segmento. In questo senso le opzioni che sono state ivi articolate sono particolarmente significative, in quanto espressione degli orientamenti di quel potere militare globale che il Presidente Bush (padre) ha definito, in modo edulcorato, con la formula del “nuovo ordine mondiale”.
L’asse portante di tutta l’architettura strategica nasce da una concezione in cui la sicurezza e tutti gli altri problemi fondamentali dell’umanità non vengono più percepiti come universali, come lo sono nella Carta delle Nazioni Unite,  in quanto lo stesso destino del mondo non viene più percepito come un destino  unico. Esiste una faglia, che divide l’umanità secondo una linea di frattura, incolmabile e destinata ad aggravarsi, in confronto alla quale la vecchia cortina di ferro appare una inezia.
“Con la fine della guerra fredda – recita il Modello – il quadro delle nuove relazioni internazionali appare caratterizzato da due grandi linee di tendenza.
Da un lato le Società industrializzate evidenziano una crescente aspirazione a mantenere ed accrescere il progresso sociale ed il benessere materiale in un contesto di libertà di pace e di sicurezza internazionale, ed a perseguire nuovi e più promettenti obiettivi economici, basati anche sulla “certezza” della disponibilità delle materie prime.
Dall’altro lato, i Paesi del terzo mondo sembrano sempre meno in grado di concretizzare, al proprio interno, uno sviluppo armonico ed ordinato delle rispettive comunità sociali e di porre rimedio, sul piano economico, ad una crescente situazione debitoria nei confronti dei paesi industrializzati. Di conseguenza la “forbice” del progresso politico, culturale, sociale ed economico fra i paesi del Nord e del Sud del mondo appare destinata ad aprirsi sempre di più.”
Di fronte a questa profezia che si autorealizza, la scelta degli architetti dell’ordine mondiale è stata quella di impostare uno strumento militare globale, utile ad assicurare ai Paesi del fronte del Nord (sotto la guida degli Stati Uniti), attraverso il controllo militare di tutto il pianeta,  la capacità di difendere i propri interessi di supremazia, primo fra tutti quello della “certezza” delle materie prime, nei confronti delle turbolenze del Sud.  il cui destino è stato abbandonato a sé stesso.
Un progetto di incremento della potenza militare, però, aveva bisogno di un nemico a cui contrapporsi. In questo contesto, già nel 1991 l’Islam è stato individuato come nuovo nemico dell’Occidente. Così i rischi che derivavano dal confronto Est/Ovest, sono stati sostituiti dai rischi derivanti dal confronto con l’Islam (secondo il Modello tali rischi derivano da un generale confronto fra una realtà culturale ancorata alla matrice islamica ed i modelli di sviluppo del mondo
occidentale.) Infine, dulcis in fundo, arriva il terrorismo. Questo mondo, così fratturato, crea un forte rischio di terrorismo, che non può più essere contrastato con i normali mezzi di polizia. Uno dei compiti dello strumento militare è quindi quello di praticare la guerra al terrorismo  E’ scritto, infatti, nel Modello: “Altro non trascurabile rischio dell’area è rappresentato dal terrorismo internazionale, alimentato da alcuni paesi della regione. Si tratta di una nuova minaccia che nei momenti di crisi supera le possibilità difensive proprie delle forze di Polizia, richiedendo impegnativi concorsi delle Forze Armate.
Di fronte ad un mondo diviso da una crescente frattura economico sociale in cui I paesi con il 20% più ricco della popolazione mondiale possiedono un reddito pari a 82 volte quello del 20% più povero (era di 30 volte nel 1960), la scelta degli architetti dell’ordine mondiale è stata quella di “mettere in sicurezza” le società industrializzate dell’occidente, assicurandosi, attraverso uno strumento militare globale, la capacità di proteggere i propri interessi in ogni parte del mondo, abbandonando l’altra parte dell’umanità al suo destino.
In coerenza con questa impostazione  si sviluppa una nuova regolazione delle relazioni economiche internazionale e dei mercati.

4. L’architettura economico-sociale del dopo 89: la globalizzazione economica.
Nel momento della vittoria sul suo antagonista storico, il capitalismo si rende conto che il modello di sviluppo e di consumo costruito nei paesi occidentali, ed in special modo il modello americano, non può essere esteso al resto del mondo. ove si consideri che negli Stati Uniti il consumo annuale di energia pro-capite, ammonta alla astronomica cifra di 7.918 chilogrammi equivalenti di petrolio (contro i 2697 dell’Italia). Poiché quel modello non poteva essere ripensato o messo in discussione (non a caso il Presidente Bush padre, allo scoppio della prima crisi del golfo nel 1990, disse che gli Stati Uniti dovevano agire, per garantire l’american way of life), la scelta è stata quella – come ci dice Gorbacev – di ricavare il massimo vantaggio dagli squilibri esistenti invece che cercare di ridurli, di controllarli.
E’ questa la filosofia che ha guidato il negoziato economico globale, sfociato, nel 1994 con il trattato di Marrakech, che ha dato vita all’organizzazione mondiale del commercio.
Il trattato di Marrakech, siglato nel 1994 a conclusione dei negoziati avviati per aggiornare l’Accordo generale sulle tariffe ed il commercio (GATT) è uno degli eventi che danno le vesti giuridiche alla globalizzazione dell’economia mondiale. Esso fonda un organismo, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, incaricato di gestire l’applicazione degli accordi e di risolvere le controversie, che si affianca alla Banca Mondiale ed al Fondo Monetario internazionale nel gestire e regolare l’economia mondiale.
 Come tutti gli eventi della globalizzazione anche il negoziato dell’Uruguay Round è stato ispirato ad una fede ideologica, assunta come dogma. Il dogma è quello dei benefici del libero scambio, la fede è quella dell’incrementabilità assoluta delle merci scambiabili.
 In virtù di questa fede ideologica l’atto costitutivo dell’OMC si propone di regolare l’economia (e quindi la vita) di tutto il pianeta, avendo come punto di partenza e come punto di arrivo l’incremento delle merci scambiabili, attraverso il libero scambio realizzato attraverso la demolizione delle barriere, sia tariffarie che non tariffarie. Il feticcio del libero scambio eretto a dogma si basa sul teorema economico dei costi comparati che, portato alle estreme conseguenze, comporterà che ogni paese sarà destinato a produrre solo ciò che è capace di produrre a costi inferiori rispetto agli altri.
Poiché, con l’89, le imprese hanno conquistato la possibilità di trasferire la produzione ovunque nel mondo ed i capitali possono circolare ovunque alla ricerca degli impieghi più produttivi, il risultato è che le imprese multinazionali che dominano l’economia possono utilizzare tutti gli squilibri esistenti per produrre a costi sempre più bassi, utilizzando il vantaggio dei costi comparati.
Per far ciò è stato necessario smantellare tutti quei filtri che la politica aveva adottato per regolare il fenomeno economico e mediare fra gli interessi in campo, disarmando la politica di fronte al mercato e riducendo il ruolo dello Stato tendenzialmente a mero gestore dell’ordine pubblico.
Nella costruzione del mercato globale è stato seguito un criterio inverso rispetto a quello utilizzato dai fondatori delle istituzioni europee per costruire il mercato comune, poi trasformatosi in mercato unico.
 In Italia, per es., le norme di protezione ambientale, sul trattamento delle acque e dei rifiuti sono state introdotte per dare attuazione alle direttive europee, emanate per evitare distorsioni al principio della libera concorrenza. In altre parole la filosofia adottata dai “liberali” che hanno costruito il mercato comune è stata quella di armonizzare le regole vigenti nei paesi del MEC,
unificandole verso standard elevati.   Nel mercato unico europeo
esistono delle regole, che in certi settori sono ferree, per impedire che la concorrenza possa essere falsata da pratiche di dumping, che le imprese possano abusare della posizione dominante, che possano costruire situazioni di monopolio. Inoltre in tutti i paesi dell’Unione, almeno prima degli ultimi allargamenti, vigevano standard simili per quanto attiene alla sicurezza del lavoro, alla protezione dell’ambiente, alla libertà dei sindacati ed alla tutela dei diritti dei lavoratori. In questo contesto si poteva sviluppare la massima libertà di circolazione delle merci, senza che ciò producesse effetti distruttivi a livello sociale.
La filosofia del WTO, invece, è quella di mettere direttamente in competizione sistemi economici e sociali completamente differenti, abolendo le mediazioni della politica, in modo da far leva sulle differenze per  rendere la competitività più sfrenata.
           Che cosa succede quando  si mettono direttamente in concorrenza aree produttive dove vigono standard completamente diversi, dove le imprese non sono tenute a rispettare le norme di protezione ambientale, dove non esistono la libertà sindacale ed i diritti dei lavoratori, dove sono possibili forme di lavoro schiavile, dove è consentito lo sfruttamento del lavoro infantile?
            E’ chiaro che un sistema regolatore degli scambi che induce la massima competitività può avere effetti perversi, può portare allo smantellamento di ogni forma di protezione sociale del lavoro, all’ampliamento delle aree di super sfruttamento della manodopera e ad un ulteriore degrado dell’ambiente.
 Ed è proprio quello che si è verificato e si sta verificando. Tutti quanti noi ci rendiamo conto che il lavoro sta diventando sempre più precario, che gli orari diventano più lunghi, che i diritti dei lavoratori decrescono. Se adesso dovesse passare la direttive europea in gestazione, che  consente l’allungamento dell’orario di lavoro fino a 65 ore settimanali, avremmo la prova che – anche una zona economica forte come l’UE – si è dovuta adattare alla corsa al ribasso trainata dal sistema di competizione selvaggia adottato con il WTO.

5. Il liberismo armato ed i suo insuccessi.
Dopo l’instaurazione del sistema WTO sono stati promossi ulteriori negoziati con l’obiettivo di portare a compimento il processo di “liberalizzazione” dell’economia estendendo ancor di più il mercato globale ai settori dell’agricoltura e dei servizi, dove ancora vigono regolazioni nazionali o regionali. Fortunatamente questi negoziati sono falliti, sebbene le esigenze di “liberismo sfrenato” poste a base del negoziato economico globale in sede WTO, siano state assunte  come direttive dell’architettura strategico militare.
Infatti in quel famoso documento con il quale, dopo l’11 settembre, l’amministrazione Bush lanciava la teoria della guerra preventiva (“La Strategia della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti”  del 17 settembre del 2002), la dottrina militare interagiva con una teoria economica e dello sviluppo. La novità del documento non stava tanto nella dottrina militare, quanto piuttosto nel fatto che avanzava una teoria del liberismo armato. Si teorizzava, infatti, l’esistenza di un unico modello economico e sociale, da estendere  a tutto il mondo, con le caratteristiche del liberismo economico nella sua versione più spinta. Si diceva, infatti: “noi sosterremo la crescita e la libertà economica oltre i confini degli USA. In vista di questo occorrono politiche che incoraggino gli investimenti, l’innovazione e le attività imprenditoriali; occorre una politica fiscale orientata a ridurre le tasse; occorre la massima libertà nella circolazione dei capitali. Le economie devono essere sottratte alla mano pesante dello stato”.
Quindi la globalizzazione economica è stata assunta come obiettivo a fondamento della globalizzazione militare, tuttavia questi due sistemi, sono rapidamente andati in crisi.
L’ingresso della Cina nel sistema WTO ha prodotto degli sviluppi imprevisti. La straordinaria crescita economica del gigante cinese, a colpi di incrementi del PIL del 10/12% all’anno, è frutto dei vantaggi competitivi generati da un esercito di lavoratori adusi a lavorare 14 ore al giorno con un guadagno di €. 100 al mese, e dall’assenza di reali vincoli ambientali. Questi vantaggi competitivi hanno portato ad un boom delle economie di Cina ed India che ha bruscamente accelerato il consumo delle materie prime, a cominciare dal petrolio, facendo emergere l’insostenibilità economica ed ecologica di un modello di sviluppo fondato sulla crescita continua dello sfruttamento e del consumo delle risorse ambientali come se fossero illimitate. Basti pensare che in Cina le emissioni di Co2 fra il 1995 ed il 2007 sono aumentate dell’87% e che il loro totale è arrivato nel 2004, a mt.
5.007 (pari al 17,3% delle emissioni mondiali), quasi uguagliando gli Stati Uniti, che sono arrivati a quota 6.045 (pari al 20,9% delle emissioni mondiali).
Adesso un fenomeno economico: l’incremento a livelli inarrestabili del costo del petrolio e delle altre materie prime, ed un fenomeno
ecologico: i cambiamenti climatici accelerati, ci fanno capire che i sentieri fin qui battuti per organizzare l’ordine economico e politico mondiale non sono più praticabili.
E’ questa situazione che rende la crisi del 2008 molto più grave di quella del 1929. Dietro l’insostenibile indebitamento delle famiglie e del sistema finanziario negli Stati Uniti, c’è l’insostenibilità di una situazione economica in cui una parte del mondo dovrebbe consumare quello che si produce in un’altra parte del mondo. Alla fine i nodi vengono al pettine.

6. Una nuova guerra fredda?
Questa estate sono venuti al pettine i nodi di un’altra grave crisi, che la politica aveva rigorosamente occultato all’opinione pubblica.
Con la crisi della Georgia, e la drastica reazione militare della Russia, è venuto a galla il nodo delle relazioni fra gli Stati Uniti e la Russia, caratterizzate da un crescendo di ostilità, che per troppo tempo è stato rigorosamente nascosto all’opinione pubblica e sottratto ad ogni confronto politico.
La guerra dei sette giorni in Georgia – scrive Rita di Leo – ha restituito alla politica di potenza la sua multisecolare priorità.
Inoltre ha messo a nudo un conflitto durissimo fra USA e Russia che sinora si era svolto in modo quasi sotterraneo.
Per capire questa situazione, anche in questo caso, dobbiamo partire dall’89.
La vittoria nella guerra fredda è stata gestita dagli USA nel peggiore dei modi. Nei confronti della potenza sconfitta Unione Sovietica è stato adottato lo stesso atteggiamento che i vincitori della prima guerra mondiale hanno adottato nei confronti della Germania sconfitta.
I vincitori hanno imposto un carico di umiliazioni formidabile sulla testa dei vinti. Innanzitutto è stato imposto lo smembramento dell’Unione Sovietica, favorendo la secessione, non solo dei paesi baltici, ma anche di quelle regioni che avevano fatto da sempre parte della Russia zarista, come la Bielorussia, l’Ucraina e la Georgia.
Questo processo di secessione ha impiantato una serie di guerre locali e di conflitti interni, come quello in Cecenia, che non si sono ancora conclusi. Contemporaneamente è stato imposto il passaggio immediato ad un’economia di mercato. Ciò ha comportato una vera e propria catastrofe economica e sociale, talmente grave che si sono abbassati gli indici di durata media della vita, passati dai 72 anni del 1991 ai
65 anni del 2005. Come la Germania degli anni 20, la Russia ha vissuto un periodo di  disastri economici, sociali, di crisi finanziaria e di turbolenze politiche, indotti come conseguenza della sconfitta. Come la Germania negli anni 30, la Russia, con Putin è riuscita ad avviare un processo di stabilizzazione e di recupero  della propria potenza economica e militare, grazie anche all’incremento dei prezzi delle materie prime, trainato dai processi di globalizzazione. Come la Germania negli anni 30, anche la Russia sta vivendo il contraccolpo delle umiliazioni subite e sta ricostruendo una politica di potenza.
A questo punto viene in gioco la responsabilità dell’Europa. Quanti si sono resi conto che l’allargamento ad est della Nato, spinto addirittura oltre i confini del Patto di Varsavia, costituiva una forma di grave provocazione militare, una sorta di aggressione strisciante, verso la Russia sconfitta, che avrebbe aperto la strada a pericolose forme di revancismo. Quanti si sono resi conto che in questo modo non si vinceva la guerra fredda, ma si ponevano le basi per la rinascita di una nuova guerra fredda, molto più pericolosa della prima perché non più fondata su una contrapposizione ideologica (e quindi in qualche modo razionale), ma su un confronto meramente nazionalistico. Se il 7 agosto noi non ci siamo trovati in guerra con la Russia, ciò è successo perché il disegno americano di far entrare la Georgia nella NATO non si era ancora compiuto, poiché all’ultimo vertice della NATO a Bucarest (aprile 2008) Germania e Francia (bontà loro), hanno chiesto un rinvio.
Nessuno, invece ha chiesto un rinvio del progetto di installazione in Europa, alle porte della Russia, (e più precisamente in Polonia e nella Repubblica Ceca) del terzo  sito della difesa antimissile, che gli Usa stanno impiantando dopo che Bush ha denunziato il trattato ABM.
Questo progetto rappresenta un ulteriore passo dell’escalation del confronto militare con la Russia di Putin. Per quanto possa sembrare incredibile, l’Italia ha aderito al progetto, durante il passato governo Prodi, stipulando un accordo segreto con gli Stati Uniti, di cui si è venuti a conoscenza per puro caso, senza che il Governo non si  sentisse in obbligo di trasmettere il testo al Parlamento.
Adesso che siamo arrivati ad un passo dalla guerra con la Russia, è giunto il momento di dire basta, di scoperchiare questa politica di aggressione strisciante e di confronto militare con la Russia, costruita al riparo di ogni ingerenza dei Parlamenti e dell’opinione pubblica.
La clandestinizzazione delle scelte politico-militari, oltre a svuotare di significato le istituzioni della democrazia  è disastrosa per tutti, perché consente ai ceti dirigenti di compiere delle operazioni fortemente contrastanti con il bene pubblico che, in un contesto di trasparenza e di dibattito democratico non sarebbero concepibili e che nei fatti impediscono la nascita dell’Europa come soggetto politico autonomo sulla scena internazionale.

7. In conclusione.
Le vicende della globalizzazione economica, le vicende dei cambiamenti climatici, le tormentate vicende del Caucaso, dimostrano che i sentieri percorsi dall’umanità dopo l’89 sono sboccati in un vicolo cieco. Un certo tipo di governo della globalizzazione, ispirato al dogma della liberalizzazione totale e dello smantellamento di ogni forma di mediazione politica del conflitto economico-sociale, si è sposato con l’esigenza di una dimensione militare globale volta ad assicurare la gestione ed il controllo delle crisi che possono mettere in discussione gli interessi vitali sottesi alle nuove gerarchie di privilegio ed esclusione.
Tutti e due questi processi scontano uno stallo imprevisto.
L’avventura del controllo militare del pianeta e delle sue crisi da parte di una unica potenza globale si è impantanata nell’Irak e nell’Afganistan ed ha subito la sfida, nel Caucaso, di una rinascente e contrapposta potenza militare.  Se la geometrica potenza della NATO si è spenta nel pantano dell’Afganistan, dove a suo tempo è stata umiliata l’armata rossa, la crisi di Wall street marca una pesante battuta d’arresto dell’indirizzo politico iperliberista della globalizzazione, mentre le tempeste ed i cambiamenti climatici, molto più dell’aumento del prezzo del petrolio, ci segnalano che il modello economico fondato sull’incremento illimitato delle merci scambiabili non è più sostenibile dal pianeta, e che l’umanità e partecipe di un unico destino.
Non possiamo, però, ignorare che le strade fin qui seguite dagli architetti della globalizzazione economica e della globalizzazione militare mettono in discussione quei principi fondamentali (ripudio della guerra, uguaglianza delle nazioni grandi e piccole, dei diritti degli uomini e delle donne, cooperazione internazionale per promuovere condizioni di progresso e di sviluppo economico-sociale) che la Carta della Nazioni Unite (con quel suo corollario che è la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo) aveva posto a fondamento della costruzione dell’ordine internazionale.
Questi fondamenti dell’ordine internazionale non derivano da opzioni politiche velleitarie, ma sono frutto di conquiste storiche, e delineano la dimensione della democrazia internazionale come concepita in questo secolo attraverso le dure lezioni della storia. Rovesciare o abbandonare queste conquiste storiche, come dimostrano le vicende del dopo 89, non aiuta a costruire un ordine internazionale più giusto e pacifico, e sottopone nuovamente l’umanità al ricatto della forza, producendo instabilità ed insicurezza, di pari passo con la corsa al riarmo e il pericolo di nuovi conflitti fra potenze ed aggravando la catastrofe ecologica.
D’altro canto questi fondamenti non sono arnesi arrugginiti, inservibili per il nuovo secolo, ma, proprio in questa situazione di insicurezza crescente, dimostrano tutta la loro modernità e perenne attualità ed indicano le piste per la costruzione di una vera democrazia internazionale e di uno sviluppo equilibrato. Quello che manca è una politica che ne riscopra il valore e impari a declinarli nelle contingenze del tempo presente. Su questo terreno si colloca lo spazio ed il senso di una nuova concezione dell’internazionalismo per la sinistra. La sinistra deve riscoprire l’internazionalismo come ricostruzione del proprio senso di sé. La lotta per la (costruzione
della) giustizia e per la (costruzione della) pace nelle relazioni internazionali deve essere assunta come criterio dirimente della propria identità. Lungo i sentieri della giustizia e della pace la sinistra incontrerà, come è già avvenuto a Seattle ed altrove, nuovi soggetti sociali, movimenti politici, organizzazioni non governative, organizzazioni religiose, sindacati, partiti e popoli, unificati dalla consapevolezza di un comune sentire e agire politico e mossi dalla speranza di un mondo più giusto e pacifico.


Intervento del pastore Gioele Fuligno

 

 “ La profezia come critica della politica e la politica come attuazione della profezia” 

Amici, amiche, compagni, compagne: vi chiamo con queste parole che sono bibliche, perché sappiamo come cristiani di essere tutti fratelli e sorelle di  un Cristo, e siamo anche amici perché Gesù dice: quelli che fanno la mia volontà sono miei amici e compagni; infatti le cose che si devono fare nel nome di Dio e nel nome della giustizia, del diritto, dell’equità, si devono fare insieme: abbiamo bisogno di un compagno, di una compagna per fare queste cose, non si fanno nella  solitudine. Per questo quando ho ricevuto via e-mail l’appello a dar vita a questo movimento e a promuovere questa azione, mi sono subito iscritto pur non essendo un cristiano-cattolico. Io sono un evangelico, ma mi piaceva l’idea che finalmente qualcuno nella Chiesa cominciasse a pensare che il suo compito primario è quello di incarnarsi, cioè di secolarizzarsi e dire quello che la Chiesa sa molto bene, quello che i credenti sanno molto bene, e cioè che la giustizia di Dio, il diritto di Dio, la misericordia di Dio sono fondamentali per la nostra esistenza; e non solo, ma per l’esistenza del creato intero.

Però mi  sono anche trovato un po’ spiazzato quando mi hanno chiesto di fare questa relazione, anche perché io non sono un uomo politico, sono uno che vive  la sua vita politica semplicemente,  come elettore, anche se come elettore attivo. Non so cosa vi potrei dire; però sono  uno che ha studiato (non è un vanto,  è quello che ho fatto nella mia vita) la parola di Dio, la Bibbia. Ho pensato allora di centrare il mio intervento su quello che la Bibbia dice a proposito della presenza di Dio nel mondo attraverso la rivelazione.

Io non vorrei usare un linguaggio biblico, perché il linguaggio biblico è sempre qualcosa di estremamente complesso, difficile:  noi lo chiamiamo le  patois de Canaan, il “dialetto di Canaan”, e un dialetto non  si capisce subito.
Invece io vorrei poter usare un linguaggio che sia immediato, che sia vicino a voi e comprensibile.
Probabilmente dirò delle cose che non  sono immediatamente comprensibili perché non siamo più abituati a sentirle, a nominarle, a compierle, e perché il linguaggio  biblico non è il nostro linguaggio; devo dire in aggiunta che non ha senso parlare di politica  nella Bibbia, se diamo alla parola politica il significato che ha oggi; nella Bibbia non esiste distinzione tra politico e religioso: sì, ci sono i religiosi, e ci sono quelli che non si occupano di religione;  ma nella vita tutto fa parte della creazione di Dio, è Dio che ha in mano il creato, e in qualche modo è Dio che consegna all’umanità quello che lui ha in mente e non fa distinzione; non crea divisioni, non dice che la chiesa clericale o la religione deve fare questo e “il laico” deve fare quest’altro;  fra l’altro la parola laico (nel senso moderno) appartiene alla rivoluzione francese, se ben ricordo, quindi non è un nostro retaggio, e io vorrei farne a meno perché non so cosa voglia dire: sia che io sia religioso, sia che io non lo sia, sono una persona che vive in questa terra, in questo tempo.

Disgraziatamente questo è un tempo oscuro, ma potrebbe anche diventare un tempo radioso di luce;  potremmo forse trovare una speranza davanti a noi che ci indichi che non tutto finisce, che l’umanità non è così sciocca, così stupida, che non intende auto-distruggersi, anche se vi  sono parecchi economisti che nel recente passato ci hanno  spiegato come l’umanità  stia andando verso l’auto-distruzione.

Veniamo dunque alla Bibbia. Il tema del mio intervento parla  di “profetismo”.
Profetismo   è una parola che non appartiene al nostro tempo; è vero che l’abbiamo trasportata nel nostro tempo sicché è diventata una parola che fa un po’ parte della nostra cultura, per indicare quelle persone che sanno indicarci quello che accadrà. Molto spesso abbiamo legato il termine profetismo all’idea del millenarismo, cioè della tragedia, della catastrofe dell’umanità che si distrugge; il profetismo nella Bibbia invece è il movimento politico e giuridico per eccellenza,  non nel senso nostro, ma nel senso biblico: nella Bibbia la giustizia, il diritto, la rettitudine non hanno nulla a che fare con il nostro diritto, con il diritto romano per esempio, con le nostre leggi. Ad esempio le nostre leggi sono distributive, nel senso che la legge è uguale per  tutti (adesso non è più tanto così perché qualcuno può anche sfuggire a questa regola, gli basta fare un decreto).
Che le leggi siano eguali per tutti però non sempre è vero, perché esse si applicano soprattutto nei riguardi dei poveri, dei disgraziati, degli annullati, dei cancellati, dei calpestati; la Bibbia dice invece che la legge non è uguale per tutti, la legge è lì perché i potenti vi si sottomettano, quindi la legge vale per i potenti, sono loro che devono obbedire alla legge; è il re, sono i funzionari, i sacerdoti, i profeti, insomma quelli che governano, quelli che hanno il potere in mano, i ricchi, che devono sottostare alla legge, perché la legge di Dio è fatta per salvaguardare l’eliminato, l’afflitto,  il calpestato, l’orfano, la vedova, lo straniero: “ricordati che sei stato straniero in Egitto” dice il Deuteronomio, perciò devi avere un rispetto particolare per loro. Nella Bibbia, il diritto, la legge, è qualcosa che deve essere sottoscritta e vissuta da chi ci comanda, mentre coloro i quali subiscono la miseria  umana, sono la misura della giustizia di coloro che ci comandano; sono loro che dovranno pagare davanti  a Dio l’incapacità  di fare la volontà di Dio, non i poveri, non gli afflitti non i diseredati.

Dunque nella Bibbia il profeta veramente  si staglia fuori da tutto quello che ha intorno a sé, dalla civiltà di quel tempo; e anche oggi la profezia è stare al di là della civiltà di oggi, una civiltà che comunque vuol essere borghese, vuol essere efficiente, affluente, ma che non compie la volontà di Dio.
Il compito del profeta nell’Antico Testamento è proprio questo, non è quello di dire: verranno tempi migliori, no, è di dire che i tempi sono malvagi in questo momento; sono tempi di distruzione per Giuda e per Israele, dirà Geremia. Io voglio qui prendere Geremia come pietra di paragone per la grande profezia: questo accade, egli dice, perché voi avete fatto ciò che è male agli occhi dell’Eterno, perché avete oppresso il povero, avete spogliato l’orfano, la vedova; e quindi la distruzione viene su Israele e su Giuda per il male che avete fatto contro quelli che pensate non contino niente, mentre invece agli occhi di Dio essi contano e anzi non dovrebbero esserci, perché nella società, in mezzo al popolo di Dio, non ci possono essere schiavi, non ci possono essere servi, non ci possono essere calpestati; Geremia dice queste cose. Io non so se questo sarà ragione di turbamento per noi che stiamo qui oggi: il profeta parla invano, nessuno lo sta a sentire; Geremia grida e dice al suo popolo: guardate che stanno per venire tragedie su di voi, guardate che voi non riuscirete a sopravvivere a quello che accadrà; soprattutto egli fa un discorso politico: è inutile, dice, che voi vi alleate con l’Egitto; Geremia ce l’aveva contro l’Egitto anche per motivi “deuteronomici”, potrei dire; ma allo stesso modo diceva che anche allearsi con quelli che saranno i nuovi padroni, gli Assiri, i Babilonesi, era inutile; forse poteva servire perché i babilonesi erano più aperti come mentalità e avrebbero permesso a Israele di esistere, e perciò Geremia diceva al suo popolo di lasciare che fosse almeno il male minore a  colpirlo; e nessuno sta a sentire Geremia, ma Geremia non può tacere, egli deve gridare la sua passione per la “rettitudine” di Dio.
Io uso questo termine perché è diverso da giustizia e da diritto, nella rettitudine di Dio c’è l’agape, c’è l’amore, c’è la possibilità di andare verso l’altro e coglierlo nella sua misericordia;  la rettitudine di Dio è di Dio e Dio vorrebbe che fosse in parte anche nostra, che fossimo anche noi capaci di essere retti; ed è per questo che il profeta viene, predica ed annuncia la desolazione ma anche la ricostruzione.

Vorrei che fosse chiaro che il primo a compiere la giustizia nella Bibbia è Dio, lui prende su di sé la responsabilità di fare le cose giuste; invece in mezzo a noi sembra che ci scordiamo che questo Dio sia capace di muoversi, pensiamo che sia una specie di demiurgo, uno che ha fatto le cose, le ha piazzate là davanti a noi e ci dice: e adesso arrangiatevi. Il Dio biblico non è un demiurgo, il Dio biblico è colui il quale dice che dobbiamo compiere tutti quegli atti che rendono il creato accettabile, abitabile, vivibile; è un compito che Dio si è assunto e il profeta lo dice.
Qui c’è la differenza tra il  profeta biblico e i nostri profeti di oggi; i profeti biblici parlano in nome di Dio; ci vuole un coraggio enorme, ci vuole una bella  faccia tosta per dire “il Signore ha detto”; noi non lo faremmo mai, chi ci dà il diritto di parlare nel nome del Signore? Ma il profeta pure essendo poca cosa, solo, debole, giovane come era Geremia all’inizio, ogni volta che inizia a parlare dice: Dio dice; egli parla nel nome di Dio.
E qui c’è la questione della parola, la parola è fondamentale nella Bibbia, la parola è il tabar, il creare di Dio, Dio che parla perché vuole che noi riceviamo la conoscenza  e questa conoscenza passa attraverso la parola di Dio.
Nell’Antico Testamento la parola di Dio è fondamentale; c’è un passo che vi voglio leggere e che dovrebbe restare un po’ nelle nostre memorie; nel profeta Geremia, capitolo IX, versetto 22, il profeta dice: “così parla il Signore, il saggio non si glori della sua saggezza, il forte non si glori della sua forza, il ricco non si glori della sua ricchezza, ma chi si gloria si glori di questo, di avere senno e conoscere me che sono il Signore”; e poi qui spiega chi è il Signore: “io pratico la volontà (la parola ebraica è bellissima perché è l’amore di una madre verso il figlio che ha nel seno), la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra, perché di queste cose mi compiaccio, dice il Signore”. È un messaggio straordinario, incredibile, di presenza di Dio nell’umanità. Noi dimentichiamo questo aspetto della misericordia di Dio.

Ma torniamo alla Parola. Nel Nuovo Testamento è finita la profezia, non ce n’è più bisogno, non c’è più nessuno che deve parlare nel nome di Dio. Per quale motivo? Il motivo è che Dio diventa carne, è l’incarnazione.
Giovanni un po’ sconsolatamente dice: “la parola è venuta in mezzo a noi, ha abitato in mezzo a noi ma noi non ce ne siamo accorti”; e dice che nel principio era la parola, la parola era Dio e la parola era con Dio, e per mezzo di lei ogni cosa è stata fatta.
La parola che diventa carne ha un significato politico straordinario, non ha un significato religioso, non entra nella sfera della religione, perché la parola che si fa carne significa che vuole diventare esattamente come l’umanità è, e vuole entrare in rapporto con questa umanità in modo da farsi capire e di farle capire  che il mondo può essere diverso, può essere tutt’altro; questa è l’incarnazione di Dio e su questa scia ecco che la Chiesa non può essere profetica, ma può essere solo testimone; essere testimone significa tutto, perché il testimone può dirmi come stanno le cose; quando la Chiesa diventa testimone non mi racconta stupidaggini, mi racconta che Dio diventa uomo, si incarna e entra nella mia storia; e vi entra non per farsi coinvolgere nella storia malefica che noi abbiamo prodotto con le nostre mani, ma vi entra perché noi potessimo uscirne a fronte alta, con la dignità di creature di Dio.

Questa è l’incarnazione e questo è quello che dicevano i grandi teologi dello scorso secolo.
Bonhoeffer e parecchi altri dicevano: la Chiesa deve secolarizzarsi, cioè deve vivere il suo tempo dentro il tempo;  e
Bonhoeffer poteva dirlo, perché l’ha vissuto tanto bene che in un campo di concentramento viene  ucciso per la sua testimonianza.
Abbiamo avuto altri grandi testimoni, penso a Don Milani, penso a La Pira; mi ricordo La Pira che studiava la Bibbia e si entusiasmava; leggeva ad esempio il passo che diceva: se uno cade non si rialza forse, se uno si svia non torna forse all’indietro, perché dunque questo popolo di Gerusalemme si svia di uno sviamento perenne?
E la Pira esclamava: come è bello questo passo! E io giovane teologo, appena uscito dagli studi di teologia non capivo il suo entusiasmo, non capivo che lui era entrato dentro la parola, aveva capito che quella parola era la parola per il tempo di oggi; oggi quando leggo la parola anch’io dico “che bello”, aveva ragione La Pira nell’entusiasmarsi di fronte a parole che noi non ascoltiamo più. C’è un grido di Geremia nel capitolo XXIX, quando dice: “voi però ascoltate la parola del Signore”, come dire: guardate che questo è l’unico modo per tirarvene fuori.
Torniamo un attimo al Nuovo Testamento, esso ci chiama ad essere testimoni, testimoni del fatto che Gesù Cristo è Dio che diventa uomo, testimoni non soltanto di un fatto religioso ma di un fatto politico, perché questo diventare uomo vuol dire che Dio ama questo creato, questo mondo; Giovanni lo dice: Iddio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unico figlio.
Questo amore di Dio per il mondo, che nella Bibbia, e soprattutto nel Nuovo Testamento sembra essere viscerale, è la negazione del manicheismo; cioè il mondo non si divide in buono e cattivo, non c’è lo Stato canaglia e lo Stato buono.

Il manicheismo è un frutto che non viene dalla Bibbia,  noi ce lo siamo caricato sulle spalle in maniera stupida, senza pensare a quello che volesse dire. Nella Bibbia Dio non è mai manicheo, Dio è colui che ama e ama quello che ha fatto; se poi la sua creatura ne combina di tutti i colori, Dio cerca di risolverlo a modo suo, che non è il modo nostro. Allora ecco che noi dobbiamo seguire questa parola e testimoniarla, e dire che Cristo ha amato ciascuno di noi e tutti noi insieme perché noi lo servissimo: ma per fare che?
Ricordate quando Giovanni Battista manda i suoi discepoli da Gesù a chiedergli  se era lui il Messia che doveva venire; la risposta del Signore Gesù non è una risposta religiosa, io la definirei una risposta politica. Tutti si sarebbero aspettati che Gesù rispondesse: sì certo, sono io il messia, e ora ve ne do la dimostrazione teologica. Invece  Gesù dice: sì, sono io perché lo zoppo cammina, il cieco vede, il lebbroso è sanato, la buona notizia è raccontata ai poveri; dunque io sono venuto ed ho compiuto quello che si doveva compiere.
 C’è un altro bellissimo passo, di quelli che secondo noi hanno a che fare con l’escatologia, ma che per me invece sono dei passi molto attuali: nel capitolo XXV di Matteo c’è il famoso discorso del giudizio. Gesù dice: “verrà il giorno in cui il Signore vi chiamerà davanti a sé e vi dirà: avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere, ero in carcere e sei venuto a trovarmi”. Quando mai abbiamo fatto questo? “Quando tu hai fatto queste cose ad uno di questi piccoli tu lo hai fatto a me”.
Questa sarebbe la politica vera della Chiesa, del credente, del cristiano; è così che si pone il cristiano, a me sembra limitativo chiamarlo di sinistra; è vero che la sinistra vorrebbe tutte queste cose, ma il cristiano deve andare al di là di tutto questo.
L’ultimo accenno che voglio fare è all’apocalisse.
L’apocalisse a molti di noi appare come un libro nefasto, un libro di distruzione, terribile da leggere, ci vuole la cabala per leggerlo, ci vuole qualcuno che sappia interpretarlo.
In realtà è un pamphlet politico molto preciso, potremmo dire che lo ha scritto un rivoluzionario dei tempi di questo Giovanni che abita nell’isola Patmos. L’apocalisse è un libro contro l’impero romano, perché l’impero romano è la negazione dell’agnello, è la negazione della giustizia, della rettitudine di Dio, perché Cesare se ne va in giro con le sue armate, con le sue legioni, con le sue statue e con la sua gloria dicendo a tutti: sono io il Signore.
E c’è questo Giovanni, che se ne sta a Patmos, un’isola che sta davanti a quella che oggi chiamiamo Turchia. Giovanni sa che in Turchia c’è tutta una strada che l’attraversa ed è piena di queste statue, di questi soldati, di queste cerimonie; e allora reagisce e dice: ma è venuto Cristo, l’agnello, è lui l’emblema della vittoria di Dio, è lui l’emblema della giustizia di Dio. Tutt’altra cosa che la gloria del Cesare di Roma; è l’umiliazione,  l’umiltà dell’agnello.
Con questo voglio dire che i cristiani si devono impegnare nella politica, anzi guai se non lo facessero, perché a non farlo sarebbe come se dicessero: noi con il mondo non abbiamo niente a che fare. Al contrario, i cristiani devono portare la ricchezza della propria conoscenza in questo mondo, in modo tale che questo mondo possa godere, anche in minima parte, della presenza di Dio.

Io forse ho parlato per i credenti, ma se non fossi un credente vorrei che comunque si sapesse che questa parola non passa attraverso la religione tout court, ma passa attraverso il nostro agire e il nostro essere per gli altri, come diceva Bonhoeffer; non c’è bisogno di etichetta.

 


Mario Agostinelli, sindacalista

 

 

“F o n d a t a  s u l   l a v o r o”

intervento al Convegno della Sinistra cristiana del 4 ottobre 2008

 Io  sono molto grato e lusingato di questo invito, sento la mia esperienza molto contigua alla vostra e a questa straordinaria iniziativa che nasce, a cui mi sento contiguo anche se non organico. La mia è stata una esperienza di direzione della CGIL, una lunga esperienza culminata tra l’altro in otto anni di direzione della più grande organizzazione territoriale della CGIL, quella della Lombardia; proprio per questa forza credo nella vostra iniziativa e anche per la  continua dialettica che con il mondo cristiano ho avuto la fortuna di poter costruire.Faccio un intervento con nessuna implicazione, diciamo così, “scolastica”: avete già detto tutto quando dite, richiamando l’art. 1 della Costituzione, “fondata sul lavoro”. Provo invece a spostare l’attenzione - proprio per la ragione politica di questa mia vicinanza - sulla crisi più profonda che il lavoro abbia subito dalla Costituzione ad oggi: oggi siamo di fronte alla sparizione del lavoro e alla mancanza della sua rappresentanza in politica. Questo è un problema di enorme peso e vorrei prenderlo dal punto di vista del lavoro come soggetto da organizzare oltre che da rappresentare, oppure come soggetto che si auto-organizza: questa è stata infatti la grande intuizione della Costituzione italiana, consentire al lavoro che si autoorganizza di entrare a pieno titolo nella trasformazione democratica della società. Su questo terreno il contributo straordinario del mondo cristiano e cattolico è stato nella capacità di aprire un canale diretto di comunicazione con la cultura marxista, cosa che ha segnato profondamente tutti i tratti della democrazia italiana. Ciò rischia adesso di rompersi con una cesura che oggi è la questione principale, ed è la principale ragione del mio pessimismo.Io proverò a parlarvi di tre fasi di questa evoluzione e anche del ruolo che i cristiani hanno avuto in queste fasi, per arrivare infine all’aspetto della globalizzazione, che non è di per sé causa della frammentazione del lavoro, ma che procede in questo modo forse proprio perché il lavoro è sparito e si è frammentato. Io credo che dobbiamo accordarci su un punto, che peraltro darei abbastanza per scontato: cioè che nell’esperienza italiana, così come di tutta l’Europa, sia stato decisivo il fatto che il lavoro sia entrato in campo, dopo l’esperienza nazista e fascista, come terreno scelto di affermazione e di organizzazione della democrazia, e nello stesso tempo come superamento di una sua rappresentazione corporativa, diventando invece un soggetto generale. Si tratta di due fatti, secondo me, straordinari, che sono stati interpretati a livello di massa nell’esperienza di tutto il dopoguerra italiano. Io dico sempre una cosa che stupisce e che nessuno sa: riguarda l’Alfa Romeo, che io ho seguito per tanti anni e che oggi è una tabula rasa, sono due milioni di metri quadri in attesa di nuovi centri commerciali o di speculazione edilizia, nonostante le grandi lotte fatte ancora oggi su quel terreno. Ebbene l’Alfa Romeo nella storia della Repubblica italiana ha prodotto qualche cosa come 24 parlamentari dalle catene di montaggio al Parlamento; di ciò sembra che non ci sia alcuna traccia oggi, né sembra che le nuove generazioni ne traggano in certo qual modo memoria o insegnamento.

  • Il lavoro come fattore di integrazione 

Ed ora vengo ai punti che volevo sottoporvi molto rapidamente, osservazioni che poi avremo modo di sviluppare continuando anche in seguito questo colloquio. C’è stata una prima fase in cui il lavoro ha funzionato come strumento di integrazione nazionale. C’era una specie di patto: gli emigranti che venivano al Nord venivano integrati nel lavoro, mentre lo Stato, ovvero la politica  che si occupava dello Stato e dei suoi indirizzi, ripagava questo sforzo con un’idea di intervento dal Nord al Sud, muovendo una parte della ricchezza del Paese verso il Sud; ciò purtroppo è precipitato in una gestione che non ha retto anche in mancanza di un protagonismo dei cittadini del Sud rispetto a questo patto; però il lavoro ha avuto in quel momento una funzione incredibile.
Se voi pensate al riemergere delle culture del Nord oggi, vi  rendete conto di una onda lunga che è stata sconfitta in quegli anni: io ricordo che in quegli anni - abito in un paese della Brianza - mi dicevano: vedi  i meridionali come sono maleducati; ebbene questa cosa ad un certo momento è scomparsa; oggi c’è di peggio, oggi  c’è qualcosa di duro, di veemente nei confronti di quelli che emigrano ancora e che stanno zitti perché il lavoro non li integra più. In quella fase tra l’altro, c’è stato il passaggio dalla campagna all’industria e il lavoro ha fatto l’operazione di dare un significato nazionale a questo cambiamento, anzi l’integrazione ha funzionato a tal punto con lo strumento del contratto nazionale, che c’è stata forse la più grande distribuzione di reddito mai avvenuta nel nostro Paese; si poteva lavorare al Nord ma  migliorare la qualità della vita e il reddito anche altrove.
Ricordo che una volta ad un nostro Convegno in CGIL Valerio Onida aveva detto una cosa straordinaria, e cioè che la progressività fiscale non realizzava tanto un trasferimento di risorse dalle regioni ricche alle regioni meno dotate, cioè un trasferimento territoriale, ma da chi guadagnava di più verso chi guadagnava di meno. Oggi questa cosa è cancellata, oggi un lombardo dice: noi diamo i soldi al Sud. No, non è così,  tu ricco li dai al povero, punto e basta.
È qualcosa che è del tutto dentro all’impostazione che avete dato alle discussioni di oggi. Ora non ve ne posso parlare perché vi prenderei troppo tempo, ma occorre dire che il federalismo è un colpo durissimo alle cose che stiamo dicendo. Se nasce così il federalismo non è calato dentro al  conflitto sociale e agli obiettivi da conseguire, ma è calato dentro la lotta interna alla coalizione di governo tra AN e la Lega, mentre tutta la sinistra sta zitta o dice che va bene, e nessuno sa cosa c’è dentro.
Aggiungo che nella prima fase c’è stata la capacità del mondo cristiano di assecondare il processo. Non credo che questa solidarietà nasceva solo come effetto di una certa organizzazione della Chiesa, ma a mio giudizio anche dalla capacità di interpretare il mutamento, ciò che ha prodotto perfino dei modelli;  penso ad esempio all’evoluzione che hanno avuto gli oratori allora, allo spazio che avevano le case del popolo, e parlo di un terreno che si stava così  trasformando, la Lombardia. 

  • Il lavoro come fattore della democrazia di massa 

La seconda fase è stata quella straordinaria dell’insorgere della democrazia di massa. Oggi c’è una polemica gratuita sul ’68, nelle forme di una disputa tra borghesi e pensiero anti-borghese. In realtà ciò che succedeva era che attraverso il lavoro entrava la democrazia in fabbrica. Vi posso ricordare che cosa era allora andare a fare l’assemblea in fabbrica, aspettare i lavoratori fuori e poi entrare; ed ecco il lavoro che entra nella fabbrica e che invera la democrazia, che trasmette alla società quella sensazione di partecipazione, di democrazia di massa, che ha fondato le riforme, tutte le riforme che noi conosciamo. Oggi mentre la prima fase è quasi dimenticata e scomparsa, quella che è sotto tiro è precisamente la fase della democrazia di massa; oggi del ’68 è sotto tiro precisamente l’idea che la democrazia di massa sia un metodo su cui organizzare la contesa politica. La Gelmini fa proprio questa operazione; partono dal Nord per compiere questa operazione perché prima hanno fatto piazza pulita; ciò perché il movimento operaio, dove io facevo il segretario della CGIL soltanto nove anni fa, non dico non c’è più, ma non ha più la visibilità di prima. Vi dò un dato; su 8400 accordi aziendali censiti nel 1998, oggi ce ne sono 311:  pensate su che deserto ci stiamo muovendo.                                 

  • Il lavoro nell’ambiente globale 

Infine c’era stato uno spunto straordinario attorno a una terza fase in cui il Forum sociale mondiale si muoveva e aggregava il sindacato; si pensi a Genova, al 2001; in quegli anni era emersa l’idea che si potesse, nel passaggio dal particolare dello Stato-nazione al globale, ragionare anche sulla natura, sul clima; lotte di cui si impossessava il movimento operaio. Oggi sono questi due punti, democrazia e ambiente globale,  terribilmente sotto tiro e che io vorrei invece proporre a voi come punti da reclamare, da ricostruire.

  • Quale idea di uguaglianza

Ed ora andiamo al succo di ciò che volevo dirvi. Io credo che voi, assieme a tanti altri che hanno fatto un cammino comune, abbiate contribuito a spostare la valutazione della sinistra, da un concetto un po’ politico di cos’è la sinistra,  prevalentemente impegnata sui diritti civili, all’idea che la sinistra abbia questo connotato sociale, che sia quella parte della società che si batte per l’uguaglianza. In questo senso l’approccio è molto biblico se volete. E qui, se mi permettete una piccola autocitazione, vorrei dire che una volta, richiesto di scrivere quale fosse l’idea sociale dell’uguaglianza, proprio perché io ho lavorato continuamente a contatto con questo mondo, ho provato a scrivere una cosa che mi sembrava molto pregnante: mi sembrava che l’uguaglianza si potesse definire come il diritto universale a un reddito reale non misurato sul valore di mercato del soggetto. Oggi avviene tutto il contrario, oggi si ragiona solo in termini di produttività, di premi di produttività. La Confindustria dice: ma cosa vuole questa CGIL?. Essa sente di avere dalla parte sua la disponibilità di tutta l’opinione pubblica, e chiede che il lavoro sia misurato sul valore di mercato, sulla quantità di straordinari, sulla produttività; non sul lavoro ma sull’azienda a cui si cede il lavoro; è una trasformazione che fa sparire l’idea di una “Repubblica fondata sul lavoro”.L’ultima osservazione è questa: io credo che oggi siamo in una torsione ancora più grande, che mette immediatamente le questioni del lavoro su un piano mondiale; in questo senso si può dire che quello che a volte era chiamato il terzomondismo cristiano e cattolico torna alla ribalta. Della  attuale crisi finanziaria ognuno ha una sua valutazione, ma essa riguarda né più né meno che la capacità dell’Occidente ricco di prelevare lavoro e natura dal resto del mondo, ed investirli in una forma di produzione denaro su denaro che attraverso i derivati poteva fondarsi solo sulla neutralizzazione del nucleo del lavoro che è rimasto. Questo controllo adesso si è spostato in gran parte verso le regioni emergenti o verso i luoghi di maggiore sfruttamento; pertanto il sistema poteva reggersi solo finché questi non si lamentavano, cioè finché l’India, la Cina, il Brasile non prendevano in un  certo qual modo volto e voce.

La questione resta pertanto quella del controllo del lavoro. Esso oggi si è spostato dalla fabbrica nel sociale, e ciò tocca la visione cristiana della vita. Perché oggi viene messo a valore tutto di noi: il nostro territorio, il luogo dove viviamo, le sue bellezze, la vita, la morte, gli affetti, tutto: è la vita quella di cui ci si è impossessati e che viene messa a valore; ma questo riesce solo se noi rinunciamo all’autonomia della nostra vita, delle nostre relazioni, che sono essenziali se essere cristiani vuol dire (l’avete detto voi) stare fino in fondo nella società.  Ora, quando la vita è presa nel lavoro io credo che non sono più le capacità relazionali che trasformano il lavoro, ma è il lavoro che si impone sulle capacità relazionali; da questo punto di vista io credo che camminare insieme, riscoprire una funzione anche dei cristiani e dei laici cristiani è molto importante. Tra l’altro, io ho visto frantumarsi l’unità dei cristiani in Lombardia attorno a due ipotesi - per dirla un po’ banalmente -: quella del card. Martini e dell’idea pastorale della presenza, e quella invece invasiva e attenta alle privatizzazioni di Comunione e Liberazione; ho visto sparire anche un pezzo di storia comune da questo punto di vista. Quindi io non posso che vedere questa vostra presenza e questo vostro ritorno come una cosa straordinariamente importante per tutti.

 


Nicola  Colaianni

 

RAPPRESENTANZA  PROPORZIONALE, DEMOCRAZIA  CONDIVISA E MINISTERO  DI  GOVERNO

 

(relazione al convegno nazionale di “Sinistra cristiana – Laici per la giustizia”, Roma, 4 ottobre 2008).

 

 C’è una relazione tra il principio proporzionalistico e la laicità delle istituzioni? Pare di sì visto che questa relazione è stata inserita nella sessione della nostra assemblea dedicata alla laicità. Nelle riflessioni che seguono, perciò, cercherò di tener di mira questa domanda.  Un uomo solo al comando 1. La crisi profonda della rappresentanza politica in tutti i Paesi democratici è sotto gli occhi di tutti. A mio avviso la causa principale è la crisi di rappresentatività dei partiti politici, che lungo tutto il XX secolo sono stati gli assi portanti della democrazia in funzione della determinazione della politica nazionale. Questo fine è stato sempre più malinteso nel senso di una confusione ormai totale dei partiti con le istituzioni, tanto più grave in quanto si accompagna ad una progressiva incapacità progettuale e ad una perdita di radicamento nel territorio. Si aggiungano i guasti prodotti dalla professionalizzazione della politica (150.000 cittadini vivono grazie alla loro attività politica[1]), dalla personalizzazione  prodotta dal metodo uninominale nei collegi e poi estesasi alle stesse liste, dalla verticalizzazione della politica che accentrando il potere in pochi uomini, quando non in uno solo, ha determinato la fine dell’illusione di una democrazia all’interno dei partiti sia pure nella forma di assemblee dominate dai “signori delle tessere”. Può far sorridere che il gruppo ulivista del partito democratico abbia organizzato in questi giorni un convegno su “democratici per la democrazia”: ma è la consapevolezza che anche in quel partito la democrazia interna sta diventando un ossimoro.Sul piano delle istituzioni la crisi della rappresentanza ha prodotto un  esecutivo forte e un parlamento debole. Una forbice che si vuole sempre più allargare perché così s’intende risolvere la crisi. “I parlamentari sono un popolo di persone depresse – ha detto recentemente Berlusconi - a causa di tutto il tempo sprecato in aula per approvare le leggi”.La ricetta, insomma, rimane quella dell’ultima riforma costituzionale, affossata dal referendum. Vi si prevedeva, infatti, un inaudito governo personale del primo ministro: poteva fare e disfare il governo come vuole, non doveva chiedere la fiducia alle Camere,  le poteva sciogliere a suo insindacabile giudizio e non ne poteva essere sfiduciato se non a pena di scioglimento delle Camere stesse. Un Parlamento sotto ricatto, quindi, senza che il Presidente della Repubblica potesse obiettare alcunché, perché la sua attuale funzione di garanzia si riduceva a poco più di una formalità. Nell’intervallo tra le elezioni un uomo solo al comando. Alle Camere solo il compito di affiancarlo.

La democrazia si risolve in un mandato a chi governa. Se poi questi fosse per conto proprio titolare anche di altri rilevanti poteri (per esempio, nell’economia, nella finanza, nell’informazione), consegneremmo per cinque anni il Paese ad un uomo in perenne conflitto di interessi, tra quello pubblico e quello privato (altra causa, questa, della crisi della rappresentanza).

Il fenomeno del capo, nei partiti come nelle istituzioni, mette in crisi decisamente la democrazia rappresentativa. Perché questa “implica assenza di capi”, come osservava il giurista forse più grande del secolo scorso, particolarmente impegnato sul tema della democrazia. Così proseguiva Hans Kelsen: “Interamente nel suo spirito sono le parole che Platone, nella sua Repubblica (III, 9) fa dire a Socrate , in risposta alla questione sul come dovrebbe essere trattato, nello Stato ideale, un uomo dotato di qualità superiori, un genio, insomma: “Noi l’onoreremmo come un essere degno di adorazione, meraviglioso ed amabile; ma dopo avergli fatto notare che non c’è uomo di tal genere nel nostro Stato, e che non deve esserci, untogli il capo ed incoronatolo, lo scorteremmo fino alla frontiera”. Nella democrazia ideale non c’è posto per una natura di capo”[2].

 

I guasti del maggioritario

 2. Questa crisi della rappresentanza è favorita dal metodo maggioritario, associato eventualmente a quello uninominale. Si tratta di una distorsione della volontà popolare, che, quando supera la soglia del pudore, diventa un autentico tradimento. Presunti vantaggi: riduzione della frammentazione partitica, maggiore efficienza decisionale, stabilità governativa. Vantaggi discutibili: basta pensare alla frammentazione. I partiti sono aumentati: non casualmente, perché il maggioritario “impone il compromesso a livello sociale, offuscando le differenze delle opzioni politiche e degli interessi rappresentati, irrigidendo le rappresentanze politiche in quote analoghe a quelle azionarie e congelando non solo il compromesso ma anche il confronto e la mediazione parlamentare”[3]. Ma anche una democrazia decidente in tempi brevi è raggiungibile senza “grandi riforme” bensì attraverso opportune riforme, per esempio – come è stato fatto - dei regolamenti parlamentari. Sulla stabilità governativa, poi, è opportuno intendersi: interessa quella degli uomini, della compagine governativa, o quella delle leggi che ci governano? Se interessa quest’ultima – come crediamo e come generalmente si crede da Aristotile in poi (“è preferibile il governo delle leggi piuttosto che degli uomini”) – allora dobbiamo mestamente riconoscere che ogni nuova maggioranza governativa è portata a disfare le leggi approvate da quella precedente. Scuola, giustizia, finanze: gli esempi sono sotto i nostri occhi. E non dipendono dalla prava volontà delle maggioranze “all’italiana”: è un portato del sistema maggioritario, perché “l’onnipotenza della maggioranza contribuisce ad aumentare l’instabilità legislativa ed amministrativa che è propria della democrazia. (…) Perciò - osservava Alexis de Tocqueville  ormai quasi due secoli fa – l’America è oggi il paese del mondo in cui le leggi durano meno”[4].   Tanto discutibili i vantaggi quanto indiscutibili gli effetti perniciosi del maggioritario. Innanzitutto, esso compromette l’eguaglianza del voto “in uscita”: infatti, il voto per la lista vincente vale di più degli altri al momento di determinare la composizione delle assemblee rappresentative. Dannosità, questa, maggiorata dal fatto che uno schieramento  può raggiungere la vittoria anche con la maggioranza relativa, cioè puntando a diventare la minoranza più grossa. Un paradosso per un metodo elettorale che vuol essere maggioritario ed invece favorisce la più forte minoranza. Un inganno, in realtà, confacente ad un sistema autoritario come quello fascista, che camuffava le elezioni e con la legge Acerbo prevedeva la conquista del 75% dei seggi da parte della lista più suffragata, purché avesse ottenuto almeno il 25% dei voti.Con il referendum in programma il prossimo anno il paradosso diventerebbe legge: il premio di maggioranza andrebbe alla lista (e non alla coalizione di liste) che prendesse un voto più delle altre, senza neppure la previsione di una soglia minima. Si renderebbe così obbligatorio ciò che per la legge attuale, così com’è, è facoltativo ed infatti è stato raggiunto solo grazie alla decisione dei due maggiori partiti di “correre da soli”. La decisione solitaria di Veltroni ha provocato ovvie fibrillazioni nelle componenti minori della coalizione e quindi le elezioni anticipate: non ha evitato la più cocente sconfitta degli ultimi anni ma ha determinato la scomparsa delle forze di sinistra, compresi i socialisti, dal Parlamento (secondo gli istituti di ricerca, più della metà del vecchio elettorato di sinistra ha optato per il voto utile, il 18% ha disertato, solo poco più di un quarto ha votato per l’Arcobaleno). Com’è stato sarcasticamente osservato, “ Se la legge Acerbo non era riuscita ad espellere comunisti e socialisti dal Parlamento italiano, la legge Calderoli, modificata secondo il metodo Guzzetta, c’è riuscita benissimo. Ed è stata quasi espulsa dal Parlamento anche la componente ex-democristiana, guidata dall’on. Casini”[5]. Basta correre da soli: o si vince contro l’avversario o, se va male, si vince egualmente a spese dei possibili alleati di coalizione che si sono lasciati per strada (certo, con la collaborazione delle vittime, se si crede al divorzio consensuale che sarebbe intervenuto tra Veltroni e Bertinotti). Una riduzione forzata del pluralismo, una semplificazione della complessità democratica, un attacco proditorio alla Costituzione.L’effetto è stato aggravato dalla previsione delle liste bloccate. Si impedisce così quel sia pur tenue legame tra elettore ed eletto, garantito dal metodo uninominale o dalla preferenza. Certo, si osserva fondatamente che non è previsto in Paesi di democrazia avanzata (dal Regno Unito alla Francia, dalla Germania alla Spagna); impedisce le cordate e chiude un mercato, spesso con infiltrazioni mafiose; potrebbe favorire una selezione per competenze. Ma non è questa la situazione del nostro Paese: le persone nominate dai segretari di partito sono in molti casi l’equivalente sul piano umano del famoso cavallo di Caligola e cordate e mercato delle nomine non mancano, solo vengono anticipate alla fase precedente la formazione delle liste. Senza voto di preferenza gli elettori sono meno liberi e i partiti più potenti: proprio nel momento in cui attraversano la grande crisi di cui si diceva all’inizio e appaiono un mondo chiuso e separato, una casta piuttosto che canali di partecipazione democratica. “Ai partiti – osservava in maniera premonitrice Sergio Garavini – si garantisce una rappresentanza nel Parlamento designata e gestita dai gruppi dirigenti, insindacabile dagli elettori, che possono solo votare o la singola persona nei collegi uninominali o così com’è la lista di partito nel voto proporzionale. Vi è su questo punto, di fatto, l’accordo generale, perché questa soluzione propone una fuga alla crisi dei partiti come forme di democrazia di massa, come espressione diretta ed organizzata di esigenze della società, dunque di mediazione reale fra la società e le istituzioni. E ne convalida e cristallizza sia il ruolo integralmente di potere istituzionale, sia il regime interno di autorità dei gruppi dirigenti e dei leaders”[6].L’attacco alla Costituzione si consuma anche a questo riguardo: parlamentari senza vincolo di mandato con gli elettori (come vuole l’art. 67 Cost.), ma con vincolo totale di fedeltà rispetto ai segretari di partito: in sostanziale violazione dell’art. 67.  

La democrazia come “perdita di tempo”

 3. Il metodo maggioritario insomma accentua in maniera  parossistica i difetti del pur ineliminabile principio maggioritario. Leggiamo di nuovo Tocqueville: “Io considero empia e detestabile questa massima: che in materia di governo la maggioranza di un popolo ha il diritto di far tutto; tuttavia pongo nella volontà della maggioranza l’origine di tutti i poteri. Sono forse in contraddizione con me stesso?”[7]. Nessuna contraddizione. Il principio di maggioranza va bene, ma bisogna impedire la “monarchia” del numero. L’andare avanti a colpi di maggioranza. Il considerare superfluo il contributo della minoranza: se c’è bene, se non c’è bene lo stesso, anzi meglio perché si risparmia tempo. Non si può perdere tempo nei ludi cartacei, diceva Mussolini. E ripete, con altre parole, Berlusconi: no alla democrazia che perde tempo a discutere. Bisogna impedire alla minoranza di funzionare. La minoranza non conta, non deve contare. Ma la democrazia discute, ha sede in un Parlamento, dove si parla, non in un semplice deliberamento. E’ come se uno di noi, siccome dotato di maggior forza di un altro, lo mettesse a tacere e prevalesse sempre lui, senza ascoltarne le ragioni. Una prevaricazione personale simile nessuno l’accetterebbe, credo che incontri unanime riprovazione. E – osserva Tocqueville – “non vorrei che il potere di fare tutto, che rifiuto ad un uomo solo, fosse accordato a parecchi”. Eppure, di fronte alla prevaricazione politica consumata con il metodo maggioritario, si accetta la legge del più forte. Si potrebbe ripetere per l’Italia, e per ogni Paese che adotta un metodo maggioritario “spinto”, ciò che Tocqueville osservava per gli Stati Uniti: “La maggioranza ha dunque una immensa potenza di fatto e una potenza di opinione quasi altrettanto grande; quando essa si forma riguardo a qualche questione, non vi sono ostacoli che possano, non dico arrestare, ma anche solo ritardare la sua marcia per lasciarle il tempo di ascoltare le proteste di coloro che essa colpisce nel suo passaggio: le conseguenze future di un simile stato di cose sono funeste e pericolose”[8]. 

Proporzionale e laicità inclusiva

 4. L’antidoto alla violenza del principio maggioritario è il principio proporzionale. Il proporzionale è intrinsecamente nonviolento. E qui si svela il nesso del proporzionale con la laicità. Perché la laicità è appunto nonviolenza. La laicità è tollerante, pluralista, inclusiva, incapace di escludere chiunque, pur da posizioni minoritarie, intende contribuire allo sviluppo della ragione pubblica. Senza costrizioni se non a vivere in comune alcuni valori essenziali, quelli che costituiscono il fascio ristretto dei diritti e doveri di cittadinanza. Non indifferente alle culture e politiche minoritarie, ma loro riconoscente e di loro garante. In questa prospettiva la laicità si coniuga con il relativismo, che connota la democrazia nel suo insieme, proprio al fine di garantire al massimo le fedi e i valori propugnati come assoluti dai singoli e dalle formazioni sociali in cui si svolge la loro personalità. Simul stabunt aut simul cadent: e se cadono si ha l’assolutismo, lo Stato etico, l’esclusione del diverso. In senso interculturale, relativo, la laicità è effettivamente un profilo fondamentale della forma di Stato, come stabilito dalla sentenza 203/89 della Corte costituzionale. Non a caso questa sentenza ha posto la laicità in regime di «pluralismo confessionale e culturale» come principio supremo dell’ordinamento costituzionale: e non potrebbe essere diversamente in una società in cui «hanno da convivere fedi, religioni, culture diverse»[9]. Ecco. Il proporzionale mira alla convivenza delle idee, non all’esclusione di alcune di esse dalla sfera politica, alla loro coesistenza, anzi alla proesistenza. Ha bisogno delle minoranze perché non consente a nessuna di esse di essere sopravvalutata e, con un artifizio legislativo, considerata maggioranza. Riflettendo tutte le opinioni, esso non ne rafforza una a scapito delle altre, ma a tutte dà pari opportunità di esprimersi in proporzione al consenso da ciascuna ottenuto ed alla forza di persuasione che, in più e successivamente, saprà esercitare. “La legge dev’essere aperta a tutti gli apporti, compresi quelli basati su determinate assunzioni di verità. La verità può trovare posto nella democrazia e può esprimersi in ‘legislazione che persuade’, perché la democrazia non è nichilista”[10]. Questo non significa pervenire comunque ad una legge condivisa nei suoi contenuti, ma adottare un metodo, quello della persuasione, che include la voce delle minoranze. In questo senso si può parlare di una democrazia condivisa: non nel senso di inammissibili diritti di veto, ma appunto alla stregua del metodo inclusivo e pluralista proprio della laicità.

Una proporzione tra i poteri

 5. Il proporzionale, d’altronde, non si esprime a livello solo elettorale. Esso, direi, è il metodo della Costituzione e del costituzionalismo moderno: fatto di controlli, di pesi e contrappesi, di limiti e controlimiti, insomma di forze proporzionate. La forma di governo democratico-parlamentare della nostra Costituzione assicura che il governo sia titolare solo del potere esecutivo: ma il capo del governo viene  nominato da un organo neutrale, di garanzia della legalità costituzionale, come il Presidente della Repubblica (art. 87) e deve rispondere comunque al Parlamento (art. 55), da cui riceve la fiducia (art. 94). E, in ultima analisi, il controllo di legalità ordinaria viene assicurato dalla magistratura, che è indipendente da ogni altro potere (art. 104). Non casualmente la Costituzione non parla di potere esecutivo (o legislativo o giudiziario). Delinea una funzione di governo, cioè un complesso di ministeri: una funzione, insomma, di servizio. La seconda parte della Costituzione individua, quindi, gli elementi di un “patto di convivenza” tra tutte le forze politiche, per cui quella che vince non vince fino in fondo. Il suo peso (la maggioranza conquistata alle elezioni) viene equilibrato da contrappesi (la minoranza parlamentare, il presidente della repubblica, la Corte costituzionale). Non c’è, insomma, una “monarchia del Numero”. Ecco perché la nostra Carta si apre con l’affermazione (art. 1) che il popolo esercita la sua “sovranità nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione”. La Costituzione non è uno strumento in mano ai vincitori delle elezioni, che potrebbero cambiarlo a loro piacimento: oggi il centrodestra, domani il centrosinistra, dopodomani magari un uomo solo risultato vincitore di un plebiscito. No: la Costituzione deve rimanere di tutti, dei vincitori e dei vinti. E’ la garanzia della maggioranza alla minoranza che i suoi diritti saranno rispettati, che essa si sentirà sempre in casa propria. Una Costituzione che garantisce, quindi, la persistenza del pluralismo e della laicità delle istituzioni.Come osservò Giuseppe Dossetti a Monteveglio 14 anni fa, “tale razionalizzazione del potere, cioè questa distribuzione del potere fra soggetti adeguatamente distinti e contrappesati, è forse uno dei pregi più raffinati e delicati della Costituzione italiana, ne costituisce un risultato positivo e davvero meritevole della più gelosa salvaguardia, al di là di ogni riforma possibile. E’ anche un condensato perfettamente sintetico di tutta la nostra vicenda storica e dell’evoluzione istituzionale dell’ultimo secolo in Europa: potrà esigere qualche perfezionamento (al massimo una figura più stabile ed effettivamente coordinatrice del primo ministro)”[11] o – potremmo aggiungere - qualche ritocco in senso maggioritario ad un metodo elettorale sostanzialmente proporzionale, perché la Costituzione è “perfettamente compatibile con  sistemi maggioritari purché non in contrasto con i criteri base della democrazia rappresentativa”[12]. Bisogna fare, invero, attenzione a non teorizzare il proporzionalismo puro come DNA della Costituzione: è il cavallo di Troia di chi sostiene la tesi della  “riforma incompiuta” e quindi la necessità di modificare la Costituzione per adeguarla alla nuova “convenzione” maggioritaria, di portare così a termine la “transizione”. Da contrastare è invece – per citare ancora lo stesso padre costituente – è “il modo supino, attentamente supino con cui si è accettata nei referendum questa idea che il sistema maggioritario è la soluzione di ogni difficoltà”, che “non è stato criticato che da poche, pochissime persone – Rodotà, per esempio”[13]. 

Dio sta con la minoranza

 Se “Sinistra cristiana” si ponesse decisamente tra questi critici, si facesse eco di queste critiche e della necessità di ripristinare segni di laicità nel sistema politico, credo che farebbe davvero un grande servizio alla coscienza democratica del Paese. E farebbe il suo dovere. Perché nessun altro libro come il Vangelo nasce e si fonda sulla sconfessione del principio maggioritario, inteso come principio, secondo cui la maggioranza ha, perciò appunto, sempre ragione. La moltitudine che al governatore romano grida “crocifiggilo”, la vox populi, non è la vox Dei. Dio, infatti, sta con la minoranza, con il crocifisso: è il crocifisso. Sicché, quando la maggioranza prende o sta per prendere una decisione, ci sarà sempre qualcuno che la farà riflettere sul significato e sulle conseguenze di quella scelta, sollevando l’obiezione di Nicodemo quando la folla voleva arrestare Gesù: “s’è mai visto che secondo la nostra legge una persona venga arrestata prima di essere ascoltata?”.Essere contro un maggioritario a tutto spiano significa appunto difendere i diritti fondamentali di ogni persona e prima di tutto quello ad essere ascoltati, ad avere una presenza, politica ed istituzionale, che “conta”.La Costituzione garantisce questo diritto. Se le leggi, a colpi di maggioranza, finissero per rendere inefficace questa garanzia, riducendola ad una sorta di “diritto di tribuna”, ci troveremmo di fronte ad una revisione strisciante della Costituzione. Diffondere questa cultura politica è un progetto serio ed interessante.  

 

 


[1] Secondo le stime di C. Salvi e M. Villone, Il costo della democrazia, Milano, Mondadori, 2005.

[2] H. Kelsen, La democrazia, Bologna, il Mulino, 1995, p. 128.

[3] L. Ferrajoli, Principia iuris, 2, Teoria della democrazia, Roma-Bari, Laterza, 2007, p. 183.

[4] A. de Tocqueville, La democrazia in America, Milano, Rizzoli, 1999, p. 255. Vedi il testo in questione di Tocqueville in questo sito.

[5] D. Gallo, Sistemi elettorali e sistema politico: la dittatura della maggioranza, di prossima pubblicazione in Aa. Vv., Dittatura della maggioranza, Taranto, Chimienti, 2008.

[6] S. Garavini, Ripensare l’illusione, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1999, pp. 56 e 63.

[7] Tocqueville, op. cit., p. 257.
[8] Tocqueville, op. cit., p. 255. 

[9] Corte Cost. 18 ottobre 1995, n. 440.

[10] G. Zagrebelsky, “Pericle, insegnami che cos’è la legge”, in “la Repubblica”, 26 settembre 2008, p. 55.

[11] G. Dossetti, I valori della Costituzione, in G. Dossetti, La Costituzione. Le radici i valori le riforme, Roma, Edizioni lavoro, 1996, p. 30.

[12] Onida, Il “mito” delle riforme costituzionali , in “il Mulino, 2004, n. 1.

[13] G. Gaeta, Alcune domande a Dossetti, in G. Dossetti, op. cit., p. 17.

 


Intervento di Adnane Mokrani
Teologo musulmano e docente alla Pontificia Università Gregoriana

 

La pace sia con voi. Questo saluto non è un saluto che separa,  ma spero che sia un saluto di un valore condiviso e vissuto di pace. Sono molto contento di essere con voi a condividere alcune riflessioni su questa iniziativa. Vivo in Italia da più di 10 anni, sono nato a Tunisi, un’ora di volo da Roma: dunque la storia ci unisce, c’è una lunga storia di scambio, di incontro culturale, anche di scontri purtroppo, ma nell’unità del Mediterraneo; appartengo ora a questo Paese, alla sua cultura, alla sua lingua e condivido con voi le gioie, le difficoltà, i problemi, dunque mi permetto anche di contribuire attivamente a questa iniziativa.

Cosa significa per me “Sinistra cristiana –Laici per la giustizia”?

Sinistra per me è un atteggiamento politico-culturale critico, costruttivo, solidale con i poveri, che cerca di individuare le cause della povertà, cerca di rimediare, di cambiare. Questo è molto importante, la sinistra è un atto di resistenza contro il dominio, contro l’emarginazione e contro l’esclusione. Dunque la sinistra è ricca di valori primari.

La parola “cristiana”, “Sinistra cristiana” non mi pone un problema, un ostacolo, perché dentro il cristianesimo come dentro l’Islam c’è un grandissimo pluralismo; c’è un certo cristianesimo che è significativo per me, di cui condivido i valori perché sono valori universali che vanno oltre i confini di una sola religione. Credo che sia molto importante che i cristiani critici, i cristiani fedeli al Vangelo, alzino la loro voce, siano presenti nella piazza e non lascino il monopolio dell’uso di questa parola ai fondamentalisti. Questo vale anche per l’Islam.

Un altro punto è che la laicità è molto importante, che esistano credenti che credono nei valori della laicità, la laicità come garanzia per la piena cittadinanza, per la libertà religiosa, per una politica degna di questo nome, una politica di servizio. Direi che questo è una sviluppo nuovo per i musulmani, ma nel mondo cristiano è da sviluppare ancora di più. Dunque si tratta di essere laici anche nel nome della religione, anche per necessità religiosa; e questo è un passo decisivo, secondo me, anche nel dialogo interreligioso.

Anche la parola “servizio” è importante: una politica di servizio, non di potere, non di esclusione, non di dominio; questo crea un dibattito sano, una solidarietà, una testimonianza di cui questa società in questo momento ha molto bisogno per resistere contro il degrado, contro il razzismo, contro un certo “relativismo”, sui valori principali, fondanti, della civiltà umana.

Spero che questa sia una iniziativa che possa accogliere tutte queste ricchezze. Credo che in Italia ci siano grandi segni di bellezza, di bene, di umanità: è proprio così, l’Italia non è un  Paese povero di cultura e di umanità e di fede, anche di fede evangelica ben radicata nel Vangelo. Secondo me questo aiuta molto gli immigrati; questo tipo di testimonianza aiuta gli immigrati ad integrarsi, perché trovano una accoglienza, un ascolto. Per due anni sono stato membro del Consiglio scientifico per la promozione della Carta dei valori della cittadinanza e della integrazione al Ministero degli Interni durante il governo Prodi: abbiamo cercato per un anno di ascoltare tutte le realtà religiose e anche laiche degli immigrati e di mettere insieme i valori fondanti della Costituzione italiana e le esigenze degli immigrati, cercando di tradurre questi valori della Costituzione in modo comprensibile, in modo vicino ai giovani, in modo attuale e contemporaneo; e questo è un compito fondamentale per il cammino della democrazia.  


Valerio Onida

Maestro di diritto e già Presidente della Corte Costituzionale

  

I diritti uguali per tutti: cittadini e stranieri, sedentari e  nomadi

 

Relazione di apertura al Primo Convegno Nazionale della Sinistra Cristiana, Roma, 4 ottobre 2008.

 

Quando mi è stato chiesto di fare questo intervento, ho accettato volentieri senza che ciò significhi adesione all’iniziativa o al Movimento che qui prende inizio; tuttavia questo intervento si basa su una profonda condivisione dei contenuti che vi sono sottesi, e anche di quello che abbiamo sentito.

Partirei da una constatazione banale: il costituzionalismo nasce con una vocazione universalistica; è questo ciò che lo caratterizza: quando i costituenti americani (e parliamo dell’America, cioè parliamo di quello Stato che tanto spesso, come abbiamo sentito anche questa mattina, viene poi ad essere un termine di contraddizione nella storia attuale) si sono trovati a dovere scrivere le loro convinzioni dando luogo a quello che è il primo documento del costituzionalismo moderno, cioè la Dichiarazione di Indipendenza, hanno scritto: noi crediamo che  queste verità siano di per sé evidenti. Quindi credevano in verità di per sé evidenti, vale a dire che tutti gli uomini sono creati uguali, che essi sono dotati dal loro creatore di certi diritti inalienabili e tra questi  sono la vita, la libertà, e la ricerca della felicità, e che per assicurare questi diritti vengono istituiti tra gli  uomini dei governi che derivano i loro  giusti poteri dal consenso dei governati: queste sono le parole famose della Dichiarazione di Indipendenza, che sottolinea appunto come il costituzionalismo nasca con una precisa vocazione universale; la Dichiarazione non dice che tutti gli americani sono uguali o che tutti i bianchi sono uguali ma che tutti gli essere umani sono uguali.

Eppure noi sappiamo che per almeno un secolo e mezzo il costituzionalismo si è diffuso ed è cresciuto in Occidente in un ambiente di  tipo nazionale se non nazionalistico, sicchè la vita costituzionale in quest’area è stata segnata dal fatto che quei diritti di cui tutti gli uomini sono dotati secondo la Dichiarazione di Indipendenza, sono diventati prevalentemente i diritti del cittadino. Credo che nella famosa dichiarazione francese del 1789 che si intitola “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” e che è una pietra miliare nella storia del costituzionalismo, sono stati i diritti del cittadino più che i diritti dell’uomo a essere in primo piano, tant’è che in tutti gli ordinamenti giuridici si è manifestata via via questa contrapposizione, questa distinzione netta, tra cittadini e non cittadini, stranieri e apolidi. Si sa che in tutti gli ordinamenti i diritti cosiddetti politici, cioè i diritti di partecipare alla vita politica della rappresentanza, sono riservati, nel senso che anche se non dati in esclusiva almeno sono garantiti soltanto ai cittadini, cioè agli  appartenenti a quel determinato popolo; e anche per quanto riguarda i diritti che noi chiamiamo diritti civili, cioè i diritti della persona, bisogna dire che nella nostra tradizione giuridica questi diritti possono spettare, spettano anche ai non cittadini, ma non sono garantiti come i diritti costituzionali, tanto è vero che nella legislazione italiana è ancora in vigore l’articolo 16, disposizione preliminare del Codice civile, il quale dice che lo straniero è ammesso a godere dei diritti civili attribuiti al cittadino a condizione di reciprocità; che vorrebbe dire quando è appartenente ad una nazione il cui Stato riconosca  gli stessi diritti ai nostri cittadini; quindi, a parte le ultime leggi speciali, nella nostra tradizione giuridica non  c’è  una garanzia dei diritti dello straniero come invece c’è per il cittadino.

 

Il discorso delle “quattro libertà”

 

Questa oggi  è una norma ancora in vigore ma naturalmente, come dirò subito, ha un valore molto più limitato, perché sempre più si è affermata quella originaria vocazione universalistica che il costituzionalismo aveva e che conserva,  per così dire, nel suo DNA. Tanto più ciò è avvenuto in questa attuale fase della storia che a partire, se dobbiamo fissarne il momento, dalla fine della seconda guerra mondiale, ha conosciuto se non una realizzazione, certamente un tentativo serio di  inveramento di questa universalità. C’è un famoso discorso (e anche qua si tratta dell’America) del presidente Roosevelt, un discorso famosissimo che viene chiamato “delle quattro libertà”, pronunciato il 6 gennaio del 1941, quando gli Stati Uniti non erano ancora in guerra anche se erano alleati ed amici della Gran Bretagna e degli altri Stati in guerra contro il nazismo; in quel momento si discuteva molto negli Stati Uniti se entrare in guerra, se impegnarsi o no direttamente contro il nazismo. Ebbene, in questo famoso discorso in cui Roosevelt perorava la causa di un’America alleata e vicina ai Paesi aggrediti per combattere contro il nazismo, si leggono queste parole, celebri: “Nei giorni futuri, che noi cerchiamo di rendere sicuri, noi guardiamo ad un mondo fondato su quattro essenziali libertà umane: la prima è la libertà di parola e di espressione, dovunque nel mondo; la seconda è la libertà di ogni persona, di adorare Dio alla propria maniera, ovunque nel mondo; la terza è la libertà dal bisogno (che tradotta in termini mondiali, diceva Roosevelt, vuol dire accordi economici che assicurino ad ogni popolo una vita pacifica e sana per tutti i suoi membri, ovunque nel mondo); la quarta è la libertà dal timore, dalla paura, che tradotta in termini mondiali significa una riduzione mondiale degli armamenti, al punto che in questo modo non vi sia nessun popolo che sia nella condizione  di commettere un atto di aggressione fisica nei confronti del suo vicino, in nessun posto del mondo. La caratteristica di questo discorso era  di accentuare l’“ovunque nel mondo” o “in nessun  posto del mondo”, cioè ancora una volta  la caratteristica universalistica; questo è il nuovo costituzionalismo; quello della tradizione precedente era un costituzionalismo cresciuto in ambiente nazionale e convissuto con un diritto internazionale  che in realtà vedeva come unici protagonisti gli Stati e non le persone;  il nuovo costituzionalismo che nasce con l’ONU, che nasce con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è il costituzionalismo che cerca di fare proprio questo universalismo che sta nella sua origine.

 

Dalla cittadinanza all’ universalità

 

E infatti quando l’Assemblea generale dell’ONU approva il 10 dicembre del 1948 la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, con 50 voti su 58 (gli altri erano solo astenuti; si astennero infatti solo i sei Stati del blocco sovietico, l’Arabia Saudita e il Sud Africa: tuttavia anche loro avevano partecipato alla elaborazione della Dichiarazione universale, e non votarono contro di essa) nel Preambolo riprende in pieno questo discorso. Infatti il primo “Considerato che” del preambolo dice:  “Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della giustizia, e della pace del mondo…”. Dunque qui c’è una chiarissima connessione: l’ONU nasce con l’obiettivo di assicurare la pace e di far sì che non ci siano più guerre, come dice il suo Statuto, ma ciò è strettamente connesso con il discorso dei diritti umani uguali per tutti; questo discorso è ripreso poi dal punto di vista giuridico nelle grandi Convenzioni internazionali: i patti di New York del 1966, per i diritti civili e politici, per i diritti economici sociali e culturali, per noi europei la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e tutte le Convenzioni internazionali che significativamente usano la formula “ogni individuo”, ovvero, semplicemente, “tutti” hanno diritto, mentre le Costituzioni spesso dicono “Tutti i cittadini hanno diritto”. La nostra Costituzione dice: “Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, senza distinzione ecc.”. La diversa formula delle Convenzioni internazionali dipende precisamente dal fatto che esse nascono su queste premesse. Anzi potremmo dire, per quanto riguarda la nostra esperienza costituzionale, che anche la nostra Costituzione risente in parte nel suo linguaggio della tradizione dei diritti del cittadino, ma che tra le costituzioni contemporanee è tra le più aperte al nuovo internazionalismo, tant’è che riconosce un valore superiore, un valore costituzionale al diritto internazionale generale, vale a dire a ciò che  nella comunità internazionale si considera accettato da tutti. Per di più con il famoso articolo 11 non solo proclama il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, ma afferma che gli Stati che pur sempre rivendicano nella loro tradizione la propria piena sovranità nei rapporti con gli altri, possono e devono rinunciare a una parte della loro sovranità per costruire quello che viene chiamato “un ordine internazionale che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni”. Quindi la nostra è una Costituzione che pur nascendo da questa  tradizione di costituzionalismo nazionale si proietta verso l’internazionalismo, e potremmo dire che simbolicamente alla fine del 2007 si compie in qualche modo questo cammino quando la Corte costituzionale, con due sentenze che non sono state neanche tanto conosciute, per la prima volta ha affermato esplicitamente che la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (ma ciò vale anche per le altre grandi Convenzioni internazionali) contiene norme che sono vincolanti per il nostro legislatore; vale a dire che come il nostro legislatore non può legiferare contro la Costituzione, così non può legiferare contro le Convenzioni internazionali pur essendo esse oggetto di normali trattati che sono approvati, ratificati, resi esecutivi in Italia con una semplice legge ordinaria e non con una legge costituzionale; quindi formalmente non sono norme costituzionali, ma hanno valore costituzionale perché c’è una nuova norma nella Costituzione, il nuovo articolo quinto, che si richiama ai Trattati.

 Quindi mi pare altamente simbolico che oggi possiamo affermare che per noi sono pienamente diritto costituzionale oggettivo le  affermazioni di queste Convenzioni  che parlano tutte di diritti degli individui, dei gruppi, degli uomini, delle donne e non di diritti  dei cittadini. Del resto la nostra stessa  giurisprudenza aveva già anticipato questa affermazione chiarendo che se è vero che nella nostra Costituzione il principio di uguaglianza - che è il grande principio che rende i diritti patrimonio comune - all’articolo 3 viene proclamato come riguardante i cittadini (“tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”), tuttavia quando si tratta dei diritti fondamentali esso vale anche nei confronti dei non cittadini.

Se queste sono le premesse, generalissime, di questo discorso,  come esse si applicano oggi, nella realtà di oggi, quando il problema delle migrazioni, e perciò della presenza di non cittadini negli stessi luoghi in cui vivono i cittadini, dà origine a dei regolamenti nei termini che conosciamo?

 

Il diritto ad emigrare

 

Intanto possiamo dire che dal punto di vista di queste Convenzioni internazionali e quindi del nuovo diritto internazionale è vero che non c’è un diritto umano a immigrare, cioè ad entrare nel territorio di un  altro Stato: gli Stati conservano ancora il potere di regolare l’ingresso e la permanenza nel proprio territorio ai non cittadini; il diritto di entrare e di rimanere è un diritto che vale solo per i cittadini dello Stato. Tuttavia, se non c’è un diritto di immigrare, c’è però un diritto ad emigrare. La Dichiarazione universale dell’ONU, all’articolo 13 dice precisamente che “ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni  Stato” ma aggiunge che “ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese”. È chiaro che il diritto a emigrare non è lo stesso che un  diritto a immigrare;  uno non può invocare il diritto a emigrare per dire “io ho diritto a entrare nel territorio di un altro Stato”; però è anche evidente che se gli Stati praticassero una politica di chiusura totale nei confronti della immigrazione, cioè se tutti gli Stati impedissero ai non cittadini di entrare nel loro territorio, il diritto ad emigrare non sarebbe realizzato. Quindi nella Dichiarazione universale dei diritti e nelle Convenzioni che le hanno fatto seguito esiste un potenziale diritto a muoversi nel territorio del pianeta, quindi a passare dal territorio di uno Stato ad un altro. E poi esiste anche un diritto di asilo: l’articolo 14 della Dichiarazione universale aggiunge che “ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni”, e questo come sappiamo è recepito anche dalla nostra Costituzione all’articolo 10 che prevede il diritto di asilo. Allora il problema delle immigrazioni è anche un problema di diritti umani, alla base è anche un problema di diritti umani. Del resto quando in certe aree del mondo si cerca di relativizzare, di superare le strettoie dei confini degli Stati, come è il caso dell’Europa, il primo principio su cui tale integrazione si regge è la libera circolazione non solo delle merci e dei capitali ma anche e prima ancora delle persone. La libertà di circolazione nell’ambito del territorio europeo è la cosiddetta libertà di stabilimento, cioè di istallarsi, di andare a lavorare, di stare in qualunque parte del territorio.

 

Le responsabilità della politica

 

Di fronte a queste che sono le premesse giuridiche del fenomeno migratorio, oggi è a tutti chiaro come si assista invece a delle tendenze e a delle politiche che vanno in senso opposto. Io vorrei qui fare soltanto qualche esempio che semplicemente dimostra una cosa che sappiamo tutti, cioè che oggi l’immigrazione è essenzialmente vissuta e trattata come un problema di ordine pubblico, di sicurezza, che vi è nelle società una crescente insofferenza per la diversità, per lo straniero, per l’extracomunitario, e che la politica ha la responsabilità non di far nascere questi problemi, non di non riuscire a risolvere i gravissimi problemi che le immigrazioni comportano, perché non si può imputare alla politica di non riuscire a risolvere problemi che sono immani, ma ha la fondamentale responsabilità di indurre la collettività a una reazione sbagliata di fronte a questi problemi. La politica chiede il consenso dei cittadini e si muove non nell’atteggiamento di chi cerca di affrontare realisticamente i problemi, di disinnescare la spirale della paura, di calmare gli isterismi, di riportare il pensiero ai fondamenti, ma troppe volte, e oggi purtroppo sia la politica di destra che di sinistra, si muove lisciando il pelo agli umori più diffusi di chiusura, di paura, di egoismo; in tal modo  paure ed egoismi vengono fomentate dalla politica: questa è la vera responsabilità; non di non riuscire a risolvere compiutamente i problemi che sono oggettivamente enormi, ma quella di muoversi nella direzione di alimentare, per ragioni di consenso, perché su questo terreno si pensa di raccogliere voti,  atteggiamenti che sono fondamentalmente negativi.

 

La libertà di costruire moschee

Accenno soltanto ai problemi dei diritti di libertà degli stranieri in Italia. Basterebbe pensare alla libertà religiosa: oggi assistiamo a proposte di limitare la costruzione di  moschee o di imporre vincoli che vanno dalle cose più ridicole, dal divieto di costruire minareti o di costruire moschee a meno di un chilometro da una chiesa (mentre ci sono alcune chiese che addirittura accolgono i credenti musulmani o di altre religioni) fino a cose più sostanziali. Già l’idea che la costruzione di luoghi di culto non sia, nel caso dei musulmani, pari a quella degli altri culti, è un attentato a una delle fondamentali libertà costituzionali.  Ma trascuro questo argomento per occuparmi invece di alcuni specifici argomenti che riguardano proprio la politica della immigrazione.

La politica della immigrazione ha due facce, per così dire: c’è l’immigrazione legale, e qui il problema è che cosa fa lo Stato, cosa fa la politica  per prevedere, rendere possibile, incanalare, regolare opportunamente la migrazione legale, cioè l’ingresso di stranieri nel proprio territorio per starvi più o meno stabilmente, soprattutto stabilmente; e poi c’è il problema della immigrazione illegale, riguardo alla quale si deve dire che quanto meno si lavora per costruire opportunamente sistemi di immigrazione legale, tanto più viene incentivata la immigrazione illegale. Quindi il primo elemento della lotta all’immigrazione clandestina è di regolare bene l’immigrazione legale. Invece nel nostro Paese l’immigrazione legale non è affatto ben regolata. Basta pensare alla politica del ricongiungimento familiare; il ricongiungimento familiare è l’idea per cui se uno straniero risiede regolarmente nel nostro territorio ha diritto di chiedere che certi familiari lo possano raggiungere; egli ha dunque il diritto di ottenere per questi familiari un diritto di ingresso che di per sé non avrebbero. Questo ricongiungimento familiare è riconosciuto ed è regolato dalle nostre leggi, e adesso anche da alcune direttive europee. La nostra legge ha conosciuto varie oscillazioni in proposito. La prima legge sulla immigrazione, quella del 1998, diceva che oltre al coniuge e ai figli minori a carico che possono sempre ottenere l’ingresso a titolo di ricongiungimento familiare, il ricongiungimento poteva essere chiesto anche per i genitori a carico, e per i parenti entro il  terzo grado a carico inabili al lavoro; per esempio  un figlio maggiorenne inabile al lavoro aveva il diritto al ricongiungimento. Su questo c’è la prima stretta  che si ha nel 2002, quando la legge Bossi-Fini modifica questa regola dicendo non più semplicemente “i genitori a carico”,  ma “i genitori a carico qualora non abbiano altri figli nel Paese di origine o di provenienza, ovvero siano ultra sessantacinquenni e gli altri figli siano nell’impossibilità del loro sostentamento per documentati gravi motivi di salute”; dunque la Bossi-Fini ha ristretto enormemente la possibilità di chiamare i propri genitori, e per quanto riguarda i figli maggiorenni a carico soltanto qualora non possano per ragioni oggettive provvedere al proprio sostentamento a causa ancora una volta del loro stato di salute che comporti invalidità totale.

 

Contro il ricongiungimento familiare: un autolesionismo

 

C’è dunque una precisa volontà di respingere fortemente questa possibilità del ricongiungimento. Nel 2007, il governo Prodi, con uno degli ultimissimi atti, modifica questa norma, e la modifica in meglio perché per i figli maggiorenni dice soltanto “in ragione dello  stato di salute”, senza prevedere più la invalidità totale, e per quanto riguarda i genitori si accontenta che non dispongano di un adeguato sostegno familiare nel Paese di origine, usando la stessa formula che c’è nella direttiva europea. Il decreto legislativo che entra in vigore in questi giorni, riprende invece la dizione più restrittiva della Bossi-Fini; ancora una volta i figli maggiorenni a carico sono ammessi soltanto nel caso di invalidità totale, e i genitori a carico soltanto quando gli altri figli siano impossibilitati al loro sostentamento per documentati gravi motivi di salute. Si può discutere, si è discusso molto anche pensando alla legittimità costituzionale ed europea di questa norma, ma quel che mi pare importante sottolineare è l’indirizzo di fondo che questa norma simboleggia esprimendo una tendenza legislativa precisa. Il ricongiungimento familiare in fondo è una forma di immigrazione legale non solo più  immediatamente comprensibile, umana (si tratta di rendere possibile a uno di vivere con la propria famiglia) ma è anche quella che più conviene agli Stati nei confronti della immigrazione, essendo intuitivo che un immigrato il quale possa vivere in un ambiente familiare più ampio, che possa avere i propri genitori, che possa avere i propri figli anche maggiorenni nello stesso Paese, probabilmente si costruisce un ambiente sociale più vivibile e meno facilmente potrà essere marginalizzato o addirittura costretto o spinto a dedicarsi ad attività illecite. Invece restringere il ricongiungimento familiare non solo contraddice l’idea che si deve tutelare l’unità della famiglia, tanto invocata in tante sedi, ma introduce una forma di restrizione dell’immigrazione legale che automaticamente diventa un incentivo alla immigrazione illegale.

 

Il difetto di essere Rom

 

Il secondo esempio riguarda i cittadini comunitari. Il problema è sorto con i rumeni, che sono diventati cittadini comunitari, nei cui confronti bisogna salvare il principio europeo della libera circolazione delle persone sul territorio europeo; ma siccome tra i rumeni ci sono i Rom ecco che la legislazione tenta di introdurre restrizioni anche alla libera circolazione dei cittadini comunitari, per esempio chiedendo che per il soggiorno oltre i tre mesi si dimostri di avere risorse sufficienti derivanti,. come dice l’ultimo decreto, da attività dimostrabili come lecite. Quindi l’onere della prova sarebbe a carico del rumeno, del cittadino comunitario, e si prevede l’allontanamento,  l’espulsione del cittadino comunitario in caso anche soltanto di mancata richiesta della cosiddetta carta di soggiorno; quindi si introducono limiti a quello che per l’Europa è sempre stato il principio fondante della unità europea cioè la libertà di circolazione, delle persone prima di tutto.

Terzo esempio la questione del censimento dei nomadi. Uno dei primi atti di questo governo è stato l’emanazione di tre ordinanze del Presidente del consiglio; si tratta di ordinanze perché si basano sulla legge sulla  protezione civile la quale prevede in caso di catastrofi o altri eventi che non si possono affrontare su base regionale, un potere straordinario di ordinanza del Presidente del consiglio. Ma per fare queste ordinanze si è dovuto assimilare a una catastrofe la presenza dei nomadi, dei Rom, dei campi più o meno irregolari; queste ordinanze hanno avviato il processo che comportava il censimento dei campi dei Rom, e si è detto che lo si faceva per risanare poi i campi. Non c’è dubbio che su questo terreno sono state aperte delle battaglie e si sono fatti anche dei progressi nel senso che  il governo era partito con una linea che poi ha dovuto modificare;  ma mi pare che vada sottolineato il fatto che molto spesso non si è prestata attenzione al significato profondo che aveva questo problema. Io ho visto con i miei occhi e può averlo visto chiunque perché girava in Internet, una delle schede usate per il censimento dei Rom in Campania. Questa scheda recava il nome del campo, e richiedeva nome e cognome, data di nascita, luogo di nascita; poi c’era una casella “religione”, e una casella “etnia”; nella scheda che ho visto la prima casella era riempita con la parola “ortodosso” e la seconda con la parola “Rom di Serbia”. Questa scheda era chiaramente illegittima perché avviava un censimento etnico e quindi  configurava una misura che è da considerarsi discriminatoria per ragioni etniche e quindi contraria ad ogni principio della Comunità europea e ai principi costituzionali. Credo  che in seguito questa scheda sia stata abbandonata, perché le linee guida predisposte poi in luglio dal Ministero degli interni dicevano che il censimento deve avvenire senza coinvolgere in alcun modo gli aspetti delle etnie e della religione; però quella scheda è stata riempita, e dunque o è un falso oppure si è iniziato in quel modo il censimento dei Rom;  poi fortunatamente si è cambiato registro, credo anche per l’intervento delle autorità europee; c’è stata una risoluzione del Parlamento europeo, c’è stata una visita in Italia di una commissione del Parlamento europeo e sui giornali si è letto che il governo si difendeva dicendo di non aver  fatto mai qualsiasi cosa di negativo su questo terreno; ma resta il fatto che se quella scheda non è un falso, si è cominciato ad attuare un censimento etnico in Italia e questo è chiaramente contrario ai principi costituzionali.

 

Il voto agli stranieri

 

Ultimo esempio: il problema del voto, non del voto politico che secondo molti per essere esteso agli stranieri richiederebbe una modifica costituzionale (io credo di no), ma comunque è un problema più ampio; parlo del voto amministrativo cioè del diritto a partecipare alle elezioni comunali, a votare e anche ad essere eletto nelle  elezioni comunali;  bene, c’è recepita in Italia una Convenzione del Consiglio d’Europa del 1992 che riguarda la partecipazione degli stranieri alla vita pubblica locale. Questa Convenzione prevede tre capitoli: primo, la libertà di espressione, di riunione e di associazione degli stranieri regolarmente residenti; secondo, la previsione di organi consultivi volti a rappresentare i residenti stranieri, come le consulte per gli immigrati che peraltro ormai esistono; terzo, il diritto di voto alle elezioni locali. Questa terza parte della Convenzione prevederebbe (purtroppo bisogna usare il condizionale) che gli Stati si impegnino a concedere il diritto di voto attivo e di eleggibilità nelle consultazioni amministrative ad ogni residente straniero, purché questi soddisfi le stesse condizioni prescritte per i cittadini e abbia risieduto legalmente ed abitualmente nello Stato nei cinque anni precedenti alle elezioni; quindi lo straniero che risiede da noi per 5 anni in base a questa Convenzione dovrebbe poter votare ed essere  eletto; però questo principio da noi non è attuato perché l’Italia quando ha recepito questa Convenzione con la legge del 1994 (siamo nel marzo del 94, quindi prima ancora del primo governo Berlusconi, all’epoca del  governo Dini) l’ha ratificata solo per i primi due capitoli escludendo il terzo; l’Italia  cioè accetta di riconoscere la libertà di espressione, di riunione e di associazione, accetta di prevedere organismi rappresentativi consultivi ma non riconosce il diritto di voto. Quindi l’Italia è rimasta indietro, come del resto molti altri  Stati del Consiglio d’Europa (sono 47 in tutto) che non hanno firmato o hanno firmato limitatamente a questa o quella parte. uindi Questa è una battaglia da fare, c’è una Convenzione del Consiglio d’Europa che il nostro Stato ha già ratificato e accettato per i primi due capitoli:  perché non la  si deve accettare  e attuare per la terza parte, cioè per il capitolo che riguarda il diritto di voto e di eleggibilità? Si tratterebbe anche qui di dare attuazione ad un indirizzo legislativo che traesse le conseguenze concrete da quel principio di universalismo, di accoglienza, di sana integrazione, di buona politica della immigrazione che è proprio del costituzionalismo. Ma questo allo stadio attuale della politica nazionale italiana appare ancora come un pio desiderio.

 

 
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