Eccola qui, la “collera dei poveri” di cui parlava Paolo VI nella sua enciclica “Populorum Progressio”. “Giornata della collera” hanno chiamato i palestinesi quella indetta per protestare contro la costruzione di 1.600 nuove case e una sinagoga dentro le mura della vecchia Gerusalemme, quel piccolo lembo di città che è rimasto come simbolo (ma ormai solo come simbolo) della Palestina araba. Ma come per la collera di Paolo VI, anche questa non è una collera dei poveri contro la loro povertà e contro un imperscrutabile destino, ma è la collera contro gli oppressori, cioè contro coloro che fanno di questa povertà la causa della loro ricchezza e di questa oppressione il prezzo del loro
dominio. E poiché poveri, essi non hanno le armi dei ricchi, hanno pietre e parole, e con quelle in un mondo come questo non riescono a liberarsi. Per questo nel futuro non si vedono che armi in mano a nuovi protagonisti, e il Medio Oriente, dall’Iran a Israele, dalla Siria all’Arabia si fa sempre più zeppo di armi, la maggior parte fornite da noi, e un giorno esploderà.
Di nuovo c’è che si è aperta una crisi tra America e Israele. L’ostentata decisione del governo israeliano di aprire 1.600 nuovi cantieri per gli insediamenti in terra palestinese è stata gettata tra i piedi di Obama, e usata come provocazione proprio nel momento del viaggio del vice-presidente americano Joe Biden in Israele. Tutto si può dire tranne che l’incidente sia avvenuto per caso, o che si debba attribuire a un sonno o a una distrazione della diplomazia. Per questo Obama si è così arrabbiato, e la segretaria di Stato Hillary Clinton ha usato verso l’alleato ebraico inconsuete parole di fuoco.
L’atto ostile di Israele non è stato però contro l’America, ciò che equivarrebbe a un suicidio, ma è stato contro l’attuale presidenza americana, contro il discorso di Obama al Cairo, contro il progetto politico universalistico per il quale Barack Obama ha avuto quel Premio Nobel per la pace che a tutti i costi si deve evitare che sia onorato non più nelle parole, ma nei fatti.
L’azione di Israele preannuncia (ma tutti gli annunci si avverano?) la sconfitta di Obama, non sulla riforma sanitaria, dove negli Stati Uniti lo aspettano al varco, ma sulla pace interetnica, internazionale e interreligiosa che egli vorrebbe assumere come nuovo compito storico del suo Paese.
È del tutto evidente che in questo progetto di un mondo riconciliato, che per la prima volta è perseguito da un profeta non disarmato che però non lo vuole realizzare con le armi, Israele non può essere come l’Israele di prima, come l’Israele di oggi, ma deve convertire se stesso e cambiare l’ideologia della propria sicurezza.
In un mondo riunito nella pace, Israele non può restare lo Stato che ancora crede nella guerra, che non vuole vedere “mutilata” la vittoria del 1967 da cui ha avuto la conquista dell’intera Palestina, non può essere il Paese che uccide i suoi nemici prima che possano nuocergli, anche “extra proelia”, nella sua perenne guerra a bassa intensità; questo Israele non è adatto a quel mondo, ma senza Israele quel mondo non può esistere. Per stare nel mondo sognato da Obama e da miliardi di uomini e donne di tutto il mondo, e per rendere questo mondo possibile, Israele dovrebbe essere quell’Israele che noi aspettiamo e che amiamo, e che del resto come “luce delle genti” è promesso da secoli.
Questa è la vera scommessa storica di questo passaggio d’epoca. Non si gioca solo una presidenza americana, ma tutto. Ma per uscirne vittoriosi, occorre che Israele, e tutti noi, ci liberiamo della condanna dello Shoà, non ci facciamo determinare da essa, facciamo di quella memoria di un male assoluto ma non definitivo, non un ricatto che ci paralizza nel pensiero, nella politica e nella vita, ma una memoria liberatrice. Altrimenti saranno ancora loro, i giustiziati di Norimberga, a tirare i fili della nostra storia.
Raniero La Valle
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