Improvvisamente la politica italiana si è accesa attorno al binomio amore-odio.
Però l’odio di cui si è parlato non è quello di cui sono fatti oggetto gli immigrati senza permesso, soprattutto musulmani, a cui corrono dietro sindaci e vigili urbani per rendere impossibile la vita; e l’amore di cui si è parlato non è quello che in termini politici si chiama solidarietà e dovrebbe raggiungere tutti, anche i più poveri e indifesi, perché tutti siano messi in grado di vivere umanamente. L’amore-odio che ha invaso il dibattito politico, come se fosse l’unico rilevante, è esclusivamente quello nei riguardi del presidente del Consiglio Berlusconi.
Egli stesso si è messo al centro di questo conflitto tra odio e amore, interpretando il lancio contro di lui del duomo di Milano non come il gesto di uno sconsiderato, ma come un delitto collettivo, maturato in un clima di odio, di cui sarebbero stati responsabili tutti i cattivi che sono contro di lui e che lo “invidiano”.
Su questa lettura persecutoria dell’evento egli ha costruito la figura della vittima, la quale, come si sa, è odiata senza ragione; e proprio come accade per la vittima, che trasforma il proprio sacrificio nel bene di tutti, Berlusconi ha sostenuto il valore salvifico della propria disavventura, aspettandosi che dopo e in forza di questo suo patimento il “clima” in Italia sarebbe cambiato e avrebbe regnato l’amore; e a questo fine subito ha definito la nuova missione del suo partito, inteso appunto come il partito dell’amore. Il coro, che c’è in ogni tragedia, ha fatto da eco e da banditore di questo messaggio.
Con un po’ più di cultura Berlusconi avrebbe saputo che con questa interpretazione dei fatti egli non faceva che riproporre tale e quale lo schema vittimario, quale è costruito dal pensiero sacrificale. E naturalmente non era il caso, per l’evidente sproporzione tra l’incidente di Milano e i drammatici eventi di cui sono intessute le ideologie del sacrificio.
Tuttavia con questa incauta drammatizzazione dell’accaduto, volta, come già fece per il terremoto, a trarne qualche vantaggio per la sua popolarità in declino, Berlusconi ha recato un grave danno al Paese. Portando alle estreme conseguenze la spaccatura già arrecata dal bipolarismo, ha diviso l’Italia non più solo tra destra e sinistra, tra moderati e “comunisti”, tra giusti e giustizialisti, ma tra un’Italia che ama e un’Italia che odia. E come discrimine tra queste due Italie si è messo lui stesso; perciò dal rapporto con lui, pietra di paragone di tutto il sistema, dipenderebbe la qualità etica degli uni o la bassezza morale degli altri (quelli a cui più volte ha indirizzato la triplice invettiva: “Vergogna, vergogna, vergogna!”); e dipenderebbe lo stare dalla parte giusta o sbagliata, essere italiani o non esserlo.
Con questa ricostruzione di sé dopo lo sfregio di Milano, Berlusconi pensa di avere ripreso in mano tutte le carte, e di essere ora in grado di fare qualsiasi cosa: prima di tutto cambiare la Costituzione, come ha assicurato di poter fare agli esterrefatti leaders popolari europei, compresa la Merkel, dinanzi a cui ha vantato la sua potenza anche sessuale; poi pensa di farsi il processo breve e sicuro, l’immunità lunga e il legittimo impedimento a comparire davanti ai giudici per sempre; e conta altresì di poter dettare legge ad alleati e ad avversari, a clienti ed amici (tranne la Lega, che continua ad avere in mano il gioco). Bisognerà essere molto vigilanti e resistere con molta determinazione quest’anno.
Lo slittamento verso la pretesa di porsi come sovrano ha subito così un’altra accelerazione. Ma è una mossa assai incauta. Il sovrano, in quanto persona che viene innalzata sopra la comunità, polarizza su di sé sentimenti ambivalenti, di imitazione o di repulsione, di amore e di odio; è osannato e vituperato, e molto rapidamente, al cambiare degli umori della massa, può passare da una condizione all’altra, dall’altare alla polvere, dal servo encomio al codardo oltraggio. Anche per questo sono state inventate le Repubbliche perché i re sono pericolosi e, come diceva Diodoro siculo, “non gli uomini comuni, ma quelli che hanno un grado eminente, sono coloro che abbattono le democrazie”.
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