L’Italia ripudia la guerra: l’unica consentita è quella difensiva, eppure ci sono stati interventi militari Forse non è un sogno pensare che, finita l’era dei Bush, a quei valori si possa ritornare
Art.11 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione
delle controversie internazionali; consente, in condizione di parità con gli altri Stati, le limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
Forte è l’ispirazione pacifista della Costituzione che “ripudia” la guerra e per evitarla consente limitazioni di sovranità in favore di un ordinamento che assicuri pace e giustizia fra le nazioni: non la pace dei cimiteri, imposta
dalle armi, ma “la pace nella g iustizia”, basata su accordi equi, cooperazione, solidarietà internazionale.
In Assemblea Costituente il consenso sull’art.11 fu praticamente unanime: forze diverse si riconoscevano in un
valore comune alle loro culture e nel rifiuto del rovinoso passato. “La guerra sta all’uomo come la maternità alla
donna” diceva Mussolini; la pace è “deprimente e negatrice delle virtù dell’uomo che solo nello sforzo cruento
si rivelano”. La guerra difensiva è l’unica consentita, le controversie internazionali vanno risolte per altra via; non esistono ragioni diverse dalla necessità di rispondere a un attacco armato che possano legittimare il ricorso
alla guerra; alle condizioni e nelle forme prescritte dalla Carta dell’Onu. Non sono ipotizzabili “guerre giuste” in grado di sospendere il divieto costituzionale. Eppure l’Italia ha partecipato a operazioni militari e inviato truppe fuori dai confini con un crescendo impressionante. Ai primi interventi, cauti e discussi, ne seguirono altri, sempre più espliciti (ora si cambiano addirittura le condizioni d’ingaggio); per minimizzarli li si chiamò “operazioni di polizia”, “missioni umanitarie”, poi “missioni di pace”, persino in mancanza dell’avallo indispensabile delle Nazioni Unite. Si arrivò alla “guerra preventiva”, imposta dalla violenta e irresponsabile presidenza Bush, come nel 2003 in Iraq.
Reazioni in Italia, non mancarono: lo stesso Andreotti (che in anni precedenti minimizzando parlava di “operazioni
di polizia” inter nazionale), assieme a deputati di diverse parti politiche, si espresse in Senato (25 marzo
1999) contro l’intervento militare in Serbia nel quale si giunse, per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale, a bombardare una capitale europea! Nell’acceso dibattito, fu denunciata la trasformazione della Nato da alleanza difensiva in organizzazione con compiti ben diversi dalla legittima difesa collettiva, talora fuori dalla stessa Carta dell’Onu .
Il fatto di far parte della Nato (dove gli Usa hanno sempre condotto il gioco) nonostante la sua mutazione “aggressiva ”, ci impegna incondizionatamente?
Un trattato ci vincola senza limiti?
I giuristi “giustificazionisti” hanno tentato di salvare la partecipazione a interventi armati come adempimento di obblighi derivanti dalla adesione a “organizzazioni internazionali” con le “limitazioni” conseguenti, usando la seconda parte dell’art. 11 contro la prima. Ma non ci sono due parti separate: l’art. 11 è una disposizione unitaria che va letta, appunto, nella sua unità.
L’argomento è usato spesso dai politici (ad es. dall’on. D’Alema nel dibattito menzionato) e dai loro sostenitori
con una strana inversione, quasi che il principio fondamentale dell’art. 11 fosse subordinato agli impegni assunti
dal governo. Non è così: i trattati sono subordinati all’art. 11, non viceversa! Solo gli impegni internazionali che comportano limitazioni di sovranità per le “finalità” indicate dall’art.11 – pace e giustizia fra le nazioni – sono
legittimi , gli altri no; tanto meno se prevedono limitazioni e impegni a fini di guerra.
La Corte costituzionale (sent.300/1984) ha chiarito che le “finalità” cui sono subordinate le limitazioni di sovranità
sono quelle stabilite nell’art. 11, non le finalità proprie di un trattato che, anzi, “quando porta limitazioni alla sovranità, non può ricevere esecuzione nel paese se non corrisponde alle condizioni e alle finalità dettate dall’art.11”. Il discorso è importante anche perché il “ripudio” della guerra non vieta solo la partecipazione a conflitti armati ma pure l’aiuto ai paesi in guerra: illegittimo è il commercio di armi con tali paesi e il fornir loro le basi per agevolarne le operazioni. Eppure dalle nostre basi sono partiti aerei per missioni di guerra.
Un altro tentativo di giustificazione si basava sull’art. 10 comma 1: si sarebbe formata una consuetudine internazionale che, a difesa dei diritti umani, legittimerebbe interventi militari (stragi di civili comprese?) nel territorio di uno Stato che non li ha richiesti. Anche se fosse vero (ma non lo è), la Corte costituzionale nella sent. 48/1979 (menzionata a proposito dell’art. 10) ha escluso le consuetudini in “violazione dei principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale”.
Il ripudio della guerra è certamente fra tali principi. L’art. 11 apre una prospettiva nuova, la stessa che anima la
Carta delle Nazioni Unite, lontana dagli scenari di guerra, di morte, d’inutile distruzione che il mondo si era appena
lasciati alle spalle. Erano gli anno della speranza. Ma il monopolio della forza ha cambiato lo scenario mondiale,
sostituendo brutalmente le “ra gioni” di chi lo detiene al sistema di valori faticosamente costruito. La “forza”, con i
mezzi attuali, rende nuova la forma dello scontro: la macchina ha schiacciato l’uomo.
Ecco allora, in questa guerra asimmetrica, di fronte all’impossibilità di condurre una battaglia ad armi pari o almeno confrontabili, chi ne è sprovvisto non vede altra via che il terrorismo. Un impressionante regresso, un abbandono di principi e valori incontroversi che mostra l’irrazionalità della storia. Ma forse non è un sogno pensare che, finita l’era dei Bush e dei loro funesti collaboratori, a quei valori si possa ritornare.
(da "Il Fatto Quotidiano")















