
Quando nel 1976 fui candidato come indipendente nelle liste del PCI, la prima volta che mi fotografarono davanti al simbolo della falce e martello ebbi un trauma, avrei voluto nascondermi. Ma attraverso quella porta stretta potei entrare in contatto con una nuova realtà, con un pezzo di popolo straordinario, che non conoscevo, e che veniva diffamato perché comunista. Conobbi operai del Nord e contadini siciliani che attraverso quella porta avevano trovato
la loro dignità,
non andavano più col cappello in mano davanti al padrone. Come dice ora il mio meccanico di allora (si chiama Mario, aveva l’officina a Corso Francia, vicino alla casa di Berlinguer), “le sezioni del PCI erano delle università, e il più sprovveduto quando usciva da lì e si incontrava con gli altri, era un genio”. Ora, in una cultura politica che ha fatto il deserto chiamandolo “il nuovo che avanza”, e del deserto ha fatto una prateria per il galoppo della destra, che qualcuno abbia l’orgoglio del passato e voglia avanzare verso il nuovo senza negare la continuità e la memoria, mi sembra meritorio. Forse un giorno non sarà più necessario, ma oggi serve ancora.
In antico, quando si partiva, si portavano con sé i penati; se il viaggio era lungo si portavano anche i cimeli della casa. Quando si avanza nella vita, nulla deve essere perduto delle ricchezze di prima; senza radici non c’è cultura, senza memoria non c’è futuro, senza fondamenti non c’è democrazia. Le ideologie devono essere ripensate, le eredità si accettano con beneficio d’inventario, il male fatto deve essere ripudiato, ma non si può buttare il passato nella pattumiera della storia, almeno la raccolta deve essere differenziata.
La nostra civiltà occidentale trae la sua origine da un evento – l’uscita di Israele dall’Egitto – che non fu una bella cosa, perché comportò lo sterminio dei bambini egiziani innocenti. Ogni volta che lo sento ricordare, nella notte di Pasqua, ho un sussulto. Eppure dopo più di tremila anni ebrei e cristiani fanno memoria di quell’evento, perché nonostante tutto fu un evento di liberazione, e senza quell’evento non esisterebbe né ebraismo né cristianesimo, e forse nemmeno l’illuminismo e la democrazia.
Quindi ben venga che i comunisti si ricordino di essere comunisti, che i proletari si ricordino di essersi liberati, che i servi si ricordino di essere diventati signori, che i precari si ricordino che un giorno ci fu lo statuto dei lavoratori; e ben venga che i non comunisti riconoscano che questa non è nostalgia, non è ripiegamento identitario, non è un ristagno di culture dismesse o obsolete, ma è una risorsa della storia, è un rendere grazie al sacrificio dei padri, è un trarre dal passato gli esempi, è un riprendere in mano le carte per giocare un’altra partita politica.
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