APPELLO PER LE ELEZIONI EUROPEE 2009

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I VOTI DI GIUGNO 

Tutti i cittadini sono chiamati a esercitare il loro diritto dovere di «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art. 49 della Costituzione) in due prossime scadenze elettorali, che nella attuale situazione italiana assumono un valore in qualche modo costituente.
Infatti il loro risultato non è destinato a esaurirsi nell’arco di una legislatura, ma potrebbe imprimere un corso precipitoso alla caduta della democrazia italiana verso forme sempre più restrittive ed oligarchiche del potere politico.
La prima scadenza è quella delle elezioni europee, in cui per lo sbarramento del 4 per cento deciso di comune accordo tra i due maggiori partiti, rischia di ripetersi l’amputazione della rappresentanza e la esclusione della sinistra, già verificatesi nelle elezioni nazionali; la seconda è il referendum del 21 giugno, che mediante il premio di maggioranza elargito al partito vincente anziché alla coalizione, mira alla cancellazione dal Parlamento e dal Paese di tutti i partiti ad eccezione di due.
Questa coazione al bipartitismo perfetto voluta dal referendum sarebbe anticipata e agevolata se il 7 giugno altre liste rappresentative di significative tradizioni italiane non superassero la soglia del 4 per cento, mentre sarebbe ostacolata o impedita se l’elettorato mostrasse di voler salvare il pluralismo, non riducendosi al voto per l’uno o per l’altro dei due partiti tendenti a presentarsi come unici.
Il “punctum saliens” di queste elezioni europee è pertanto di evitare la riduzione della rappresentanza italiana ai due fratelli nemici, di portare la sinistra storica oltre il 4 per cento e di rilanciare nella politica nazionale il valore di una pluralità di culture politiche. 

Rifondare, che cosa?

 Pur resistendo a un sisma che ormai dura da quindici anni (da quando cominciò l’operazione « Seconda Repubblica ») la nostra democrazia non appare più così solida da poter reggere a ulteriori devastazioni, alla distruzione delle minoranze, allo snaturamento della rappresentanza e a riforme elettorali e costituzionali che suppongano una fine della politica, una mistica della decisione e l’imperativo categorico del fare, quale che sia questo fare.D’altra parte l’insuccesso dei reiterati tentativi di stabilire una Costituzione europea e perfino di dar conto di un’identità dell’Europa, come la mancata protezione dei cittadini europei dagli effetti di un terremoto economico il cui epicentro non sta nella produzione, nelle fabbriche e nei servizi, ma sta nelle banche, nelle finanziarie e nelle grandi cupole internazionali del denaro e del profitto, mostrano come anche la costruzione europea debba essere risignificata e attrezzata per una nuova partenza.Perciò, nel venir meno delle vecchie sicurezze, è necessaria una rifondazione. Rifondare, che cosa ?Si tratta di rifondare non delle identità, ma delle relazioni. La pulsione identitaria, se non vissuta e immediatamente risolta nella relazione, è ipertrofizzante e distruttiva. Ne vengono i razzismi, i fascismi, il culto di sé; e di lì viene anche la xenofobia della Lega che allo straniero non autorizzato vuol togliere l’iscrizione dei figli a scuola, la sala parto e perfino le panchine dei giardini pubblici.Occorre invece rifondare le relazioni, a tutti i livelli, interni e internazionali.La cosa più straordinaria che fece il PCI nella storia repubblicana, furono le sue relazioni: quelle stabilite durante la Resistenza nel Comitato di Liberazione Nazionale (il nome della festa della Liberazione viene da lì); quelle stabilite alla Costituente, che diedero i frutti più significativi nel dialogo Dossetti-Togliatti sui compiti della Repubblica (art. 3) e sui suoi rapporti con gli altri ordinamenti originari (comunità internazionale, art. 11, Chiesa, art. 7, confessioni religiose diverse dalla cattolica, art. 8); quelle stabilite con le classi umiliate e povere ignorate dallo Stato liberale e rovinate dal fascismo, cui fu ridata la dignità; quelle stabilite con l’intero elettorato che giunse, un elettore su tre, a votare per il PCI in una prospettiva di solidarietà nazionale, pur coltivando ideologie e tradizioni diverse, nella adesione, tutta politica, a un progetto comune (queste cose i giovani non le sanno, ma potrebbero cercarle su Internet o meglio ancora apprenderle, magari in una scuola che tornasse ad essere la scuola della Repubblica, una scuola di tutti, ricchi e poveri, abili e disabili, nativi ed immigrati, cittadini e stranieri).Rifondare le relazioni significa essere qualcosa per servire a qualcuno. Questo è per l’appunto la politica : poter essere se stessi nel servizio reciproco. Poter essere se stessi senza che ti uccidano, diceva Hobbes per spiegare il perché dello Stato moderno; senza che ti lascino nudo e senza lavoro, alienato e sfruttato, dicevano il marxismo e le ideologie sociali del Novecento; senza che ti vengano negati i diritti, diceva la Dichiarazione universale dei diritti umani; senza che ti sfigurino la comunità cui appartieni  non fondandola sulla giustizia, sulla verità, sulla libertà e sulla pace, diceva Giovanni XXIII. Essere se stessi nella relazione e nel servizio reciproco con gli altri, ha detto, anche se troppo spesso invano, la migliore cultura dell’Occidente, dal Codice di Hammurabi alle città greche a San Paolo ad Hannah Arendt e oggi ad Obama; ciò da cui dipende la stessa libertà perché al contrario di ciò che pensano le Case della libertà - propria -, «la libertà è sempre ed unicamente di chi la pensa diversamente», come diceva Rosa Luxemburg. 

Le nozze dell’Europa col mondo

 Cosa vuol dire rifondare le relazioni dell’Europa ?
Vuol dire che conclusa la fase del ripiegamento su se stessa per farsi unita, l’Europa deve ora andare alle nozze col mondo. Non come le mitiche nozze con Giove da cui fu rapita perché era bellissima, ma su un piede di parità, offrendo e ricevendo pace, scambiando risorse, mettendo in comune le risorse e i beni comuni (l’acqua e ciò che è necessario alla vita), andando al mondo e accogliendo il mondo in casa sua, come in un reciproco asilo. Solo unita col mondo la bellezza di Europa può non sfiorire. Anche la bellezza è sempre anche la bellezza degli altri.
Noi la sciupammo, quando scoprimmo senza nulla capirne la bellissima America, quando abbiamo colonizzato l’Africa e assoggettato India e Indocina, quando abbiamo rivestito Israele e spogliato i palestinesi, quando ci siamo uniti alle guerre degli Stati Uniti perfino in Europa per disfare la Jugoslavia, e di tutto il mondo arabo nulla abbiamo visto se non il petrolio.
Rifondare le relazioni dell’Europa vuol dire farsi partner – non solo spettatori – del progetto di cambiamento di Obama, vuol dire fare del Mediterraneo un mare e non un muro, vuol dire farsi ponte e cerniera, non più cortina, tra Oriente e Occidente: col mercato, ma anche con patti di comunione.
Rifondare le relazioni in Italia vuol dire ricomporre le due Italie divise, pur restando il conflitto democratico, che però si svolga lungo linee di contrapposizione sociali e politiche, non più antropologiche o di sistema. L’Italia non si divide né tra un popolo e un non-popolo, amante o nemico della libertà, né tra chi è per la vita e chi sarebbe contro la vita (e questo vale per la Chiesa).
Ristabilire il pluralismo politico, contro l’irrigidimento dualistico e manicheo, significa rifondare la pace sociale. In un’Italia che non fosse stata costretta a dividersi in Barbari e Barberini, Berlusconi sarebbe una curiosità, non una catastrofe.
 

Le due sinistre

 Relazioni positive vanno rifondate nella sinistra; anche con la nuova formazione che si chiama «Sinistra e libertà».
Essa riprende due parole antiche, ma non vuole più legami con le culture che accusa di essere «vecchie»; di Bolognina in Bolognina, si è sempre alla ricerca di una sinistra del futuro, ma le culture maturano, non si inventano, e nemmeno la sinistra si inventa, ed è per questo che il futuro non arriva mai.
Rifondare vuol dire «cercare ancora», senza settarismi, ma senza perdere la memoria; l’errore delle guide politiche, intellettuali e anche giornalistiche della sinistra italiana, dopo la rimozione del Muro, fu di proporre “il nuovo” al popolo della sinistra, a partire però dal suo spaesamento, che lo consegnava alle culture altrui.
Quel popolo si è disperso; ora puntare sulle scissioni, per ricominciare da capo, con una sicurezza di sé che il passato non giustifica, attiene più all’idea di una politica palingenetica e visionaria del “tanto peggio tanto meglio”, come pur è stato detto, che non a una realistica politica di cambiamento.
Si poteva almeno, per le elezioni europee, non imporre agli elettori la scelta tra due sinistre, quando il problema era di superare la soglia sotto la quale non c’è più alcuna sinistra. “Sinistra e libertà” poteva aspettare.
Anche per questo, e non solo per la sua acerbità, la “Sinistra cristiana – Laici per la giustizia” non ha contemplato l’ipotesi, se non attraverso singoli, di entrare nella competizione.  
 

Il Partito Democratico

Rifondare le relazioni col Partito Democratico vuol dire in un certo senso aiutarlo a salvarsi. Se insiste nel volersi proporre come il solo a contrastare la destra, perderà pezzi sempre più consistenti a destra e a sinistra. Già Di Pietro, che oggi è un’insidia, nella sua ascesa fu una creazione di Veltroni, perché promosso ad unico “altro” a cui si potesse dare un voto utile contro Berlusconi.
Il Partito Democratico si salva se diventa irrilevante che prenda il 2 per cento in più o in meno, in quanto divenga però il fulcro di un sistema di alleanze capace di dare un governo nuovo al Paese. L’argomento della rissosità, che è stato speso contro Prodi, non vale: il conflitto competitivo dirompe nelle aggregazioni la cui ragione sociale è il potere, mentre un’alleanza politica è un’altra cosa: che ognuno metta del suo per perseguire insieme un progetto comune.
Per questo le alleanze si preparano, esse resistono a chi voglia sovrastare, ma sono sensibili all’egemonia: chi più ne ha, più ne esercita, e ogni subalternità deve essere esclusa.
Perciò la pratica del dialogo paritario e della alleanza politica va esercitata fin da ora, dovunque è possibile, non per forza ma per scelta, ed è sbagliato quello che dice Franceschini, che per ora il PD va da solo, alle alleanze ci penserà solo alla scadenza, nel 2013. Nel 2013 sarà troppo tardi, sarà possibile solo fare un cartello di forze tra loro estranee, e scrivere pagine e pagine di programma; l’alleanza invece ha bisogno di tempo, non di parole; è un blocco storico di forze sociali, non un conglomerato di sigle.
Il PD può essere aiutato solo distogliendolo dalle illusioni del fai da te, proponendogli e preparandogli il ritorno in società.

 

Ghiande per il “porcellum”

 Per questa ragione esso dovrebbe essere distolto dalla infatuazione bipolare e maggioritaria e perciò dalla decisione di votare «Sì» al referendum del 21 giugno. Il referendum è un regalo a Berlusconi. 
Lo ha detto lui stesso il 28 aprile a Varsavia, a chi gli chiedeva se avrebbe votato “Sì” al referendum per modificare la legge elettorale: “Sì, certo, la risposta è ovvia. Il referendum dà un premio di maggioranza al partito più forte, e vi sembra che io possa votare no?”
Non si può essere masochisti, ha aggiunto: “Puoi domandare all’avvantaggiato di votare no per un vantaggio che gli altri ti regalano e potrebbe essere confermato dal popolo?”. Resta da capire perché gli si vuol fare questo regalo, il più grande e decisivo dopo quello delle frequenze televisive.
Sul referendum elettorale è in corso una mistificazione colossale, come già avvenne per il referendum che fu detto per la “devolution”, e che invece era per  licenziare tutta la seconda parte della Costituzione. I giornali presentano ora questo come abrogativo della attuale legge elettorale. In Italia i referendum di iniziativa popolare sono infatti abrogativi. Ma i giornali sanno benissimo che qui sarebbe abrogata non la legge elettorale, ma solo quella norma che prevede il premio di maggioranza non alla coalizione, ma al partito. Lo scopo sarebbe di rendere “più semplice” la vita politica.
Ma la semplificazione potrebbe non fermarsi qui; rimasti due soli partiti, il passaggio successivo sarebbe quello a due soli uomini, se si realizzasse il progetto berlusconiano di far votare in Parlamento solo i capigruppo: e perciò i due capigruppo. Ma sarebbe un duumvirato asimmetrico, perché ad avere tutto il potere sarebbe uno solo.
Dunque non si capisce perché, se non per un accecamento, i democratici fautori del referendum (e c’è anche una cultura cattolica, c’è anche la FUCI) insistono per ottenere questo risultato, fino al punto da nascondere la portata reale del voto dietro l’argomento fittizio che così peggiorata e resa indecente, la legge elettorale “porcellum” sarebbe poi più facilmente emendata in Parlamento; ma è un’illusione: portato a casa il risultato gli “avvantaggiati” se lo terrebbero.
Dunque col referendum del 21 giugno non verrebbe macellato nessun suino, non si farebbe invece che portare ghiande a questo nobile animale.
Questi sono gli interessi supremi che sono coinvolti nei voti di giugno.

Raniero  La Valle   

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 22 Maggio 2009 16:39 )  
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